mercoledì 19 dicembre 2012

Il Lavoro della spalla comica



Secondo articolo della serie dedicata al rapporto Comico e Spalla. Entriamo più nel dettaglio.
Dal punto di vista strettamente comico e drammaturgico, la spalla deve sostenere il comico e dargli le battute. Ecco cosa spiega Dario Fo parlando di Totò
      
Totò utilizza tutte le tecniche del vecchio teatro tradizionale e popolare. Ricorre spesso a un partner chiamato spalla. Questo partner gli dà la battuta, gli fa da contrappunto, per le ripetizioni e i rimbalzi necessari al discorso comico. Ma non serve unicamente a dargli la battuta, a recitare in contrappunto, a fare da controscena: è prima di tutto un punto d'appoggio. Lo stesso termine "spalla" deriva dall'atleta che, nel salto pericoloso, offre all'acrobata una possibilità d'appoggio, di rimbalzo, che in qualche modo lo spinge e lo proietta in avanti. E' così che Totò utilizza la spalla e sempre mirabilmente.


Il termine “spalla” è dunque molto appropriato al tipo di lavoro che svolge: offrire un punto d’appoggio, un fulcro su cui l’attore comico può appoggiarsi per poter ben piazzare le proprie battute. La spalla deve possedere grandi doti di attore e un senso del ritmo perfetto, perché è responsabile dell’efficacia delle battute del comico (è noto che il ritmo è alla base della comicità). Se la spalla non è in grado di offrire gli “assist” al comico con precisione, la buona riuscita della performance comica sarà messa in pericolo. La spalla ha un ruolo importantissimo nella dinamica e nel ritmo di una scena, di uno sketch, di un intero spettacolo. Ecco cosa afferma il comico Willy Clark (Walter Matthau) a proposito del suo odiato partner di una vita, Al Lewis (George Burns), nel film I ragazzi irresistibili:

Ben Clark: Dimmi una cosa: se ti ci trovavi tanto male, perché siete rimasti insieme per quarantatre anni?
Willy Clark:  Perché era fantastico, non ci sarà mai un altro come lui, nessuno sapeva dare a una scena il ritmo che gli dava lui, nessuno sapeva dire una battuta come lui, io sapevo cosa pensava lui lo stesso con me, una sola persona… ecco cosa eravamo.[2]

Di solito la fortuna di un attore che fa da spalla è offuscata dalla notorietà e dalla fama del comico, che attira su di sé tutti i meriti e gli onori del caso. La spalla passa in secondo piano e sono pochi coloro che sanno apprezzare e riescono a intravedere le doti del secondo attore. Un caso tipico riguarda le spalle di Totò (di cui parleremo più avanti): Mario Castellani, Erminio Macario, Giacomo Furia, Nino Taranto (con il caso a parte di Peppino De Filippo e Aldo Fabrizi, veri e proprio comprimari), tutti attori eccezionali che riuscivano con grande dignità a reggere il gioco di Totò che improvvisava, distruggeva e ricostruiva il testo e inventava gag sul momento. Solo un grande attore poteva fare la spalla di Totò e tutti coloro che si susseguirono in questo ruolo scomodo ci riuscirono alla perfezione. 
Il cinema italiano è ricco di queste figure minori. In particolare la grande stagione della commedia all’italiana ha attinto largamente al bacino di attori chiamati “caratteristi”. Grandi attori che furono sempre relegati in ruoli marginali o si prestarono a fare da spalla alle “stelle” dell’epoca. Secondo Mario Monicelli

Nella commedia i caratteristi sono fondamentali. Un viso, un corpo che in due battute devono imprimersi nella mente dello spettatore. C’è stato un periodo in cui l’Italia ne era piena. Venivano dall’avanspettacolo e dalla rivista. Erano di una bravura eccezionale, istintiva, ma con alle spalle una lunga gavetta.[3]

Sono volti indimenticabili, in grado di far vivere personaggi dalla forte umanità avendo a disposizione pochissimi spazi

[…] caratterista vuol dire per noi quell’attore che riveste un carattere umano, che incarna un personaggio vivo e non una “macchietta”, quell’attore che abitualmente ricopre parti di protagonista, ma che è dotato di eccezionale forza interpretativa, con o senza sottolineature tipiche, abbia o non abbia la barba, o la pancia.[4]

L’attore minore o la spalla doveva di volta in volta fare un vero e proprio lavoro di interpretazione, doveva calarsi in personaggi umani e in questo doveva dimostrare la propria grandezza. Basti prendere il caso di Totò. Totò è sempre rimasto Totò entrando di forza nei personaggi e facendoli esplodere piegandoli alle sue esigenze di comico. Le spalle, primo fra tutti Peppino De Filippo che fu grandissimo proprio sotto questo punto di vista, dovevano di volta in volta calarsi in personaggi specifici, molto realistici, che dovevano proprio controbilanciare l’eccentricità e la tendenza surreale del comico. A questo proposito è da prendere in grande considerazione la frase di Giacomo Furia, «Totò è stato un grande comico, Peppino De Filippo un grande attore comico».[5]


[1] In G. Fofi e F. Faldini, Totò, Tullio Pironti Editore, Napoli 1987, pag. 258.
[2] Dal film I ragazzi irresistibili di Herbert Ross.
[3] Sebastiano Mondadori, La commedia umana, conversazioni con Mario Monicelli, il Saggiatore, Milano 2005, pag. 170.
[4] Ermanno Comuzio, “Cinema”, n. 119, riportato in M. Giraldi, E. Lancia, F. Melelli, 100 caratteristi del cinema italiano, Gremese Editore, Roma 2006, pag 10
[5] Alberto Anile, Totò e Peppino, fratelli d’Italia, Einaudi, Torino 2001, pag. 59.

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3 commenti:

  1. Da quel momento a oggi si è spezzata la memoria storica. Non ci sono scuole per questo tipo di attori. C'era l'avanspettacolo e, al limite, il cabaret. Oggi la televisione è in grado di uccidere i nuovi comici talentuosi, ma lontani dalla maestria di Totò, ma è anche in grado di innalzare dei veri cani a statura di grandi comici. Direi che, forse, è meglio re-incominciare dalla strada, visto anche l'urgenza della drammatica crisi culturale. Ciao.

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  2. è vero quello che dici, la loro bravura derivava da una gavetta lunghissima, fatta di insuccessi e successi, imparavano sulla propria pelle i ritmi comici, le battute, ciò che funzionava e ciò che andava scartato. Oggi si pretende di essere attori in pochi anni di accademia che può insegnarti solo a parlare bene. Quello dell'attore è un mestiere artigianale che si impara praticandolo

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