venerdì 27 febbraio 2009

La morte di Mejerchol'd.

Dopo quattro giorni di inattività a causa della clausura necessaria per superare due esami, torno a scrivere su questo blog dedicando un articolo ad una delle figure più importanti della storia del teatro, Vsevolod Mejerchol'd. Parlerò in particolare della sua tragica morte, avvenuta per mano del regime stalinista.

Parlerò di ciò che in vita lo rese importante in un articolo dedicato. Dirò solo brevemente che le sue ricerche sono state determinanti nell’ambito degli sviluppi di quella che oggi chiamiamo comunemente regia. La sua fama è sicuramente legata alla “biomeccanica”, il particolare sistema di esercizi per l’attore che sviluppò nei primi vent’anni del Novecento. Ma ripeto, tratterò a fondo questi argomenti in altri articoli.

Ciò che ora mi interessa sottolineare è il fatto che nel Novecento si muore per il teatro. Prima no. Giordano Bruno fu bruciato a Campo de’ Fiori a Roma nel 1600 non per il teatro, aveva scritto un dramma dal titolo evocativo e scabroso (Il Candelaio, in riferimento all’ano dell’omosessuale), ma per le sue idee sul cosmo che facevano vacillare le colonne dell’universo cristiano.

Mejerchol'd fu ucciso per il suo teatro.

Non era accettabile nell’Unione Sovietica degli anni trenta fare teatro d’arte. Si veniva accusati di formalismo. Non si poteva produrre arte fine a se stessa. Pesava sulle spalle di Mejerchol'd il suo passato di lavoro contrario e a tratti ostile al naturalismo. Il suo era considerato un “teatro straniero” che si era permesso di non promuovere a fondo la drammaturgia russa, mettendo in scena soprattutto classici (per giunta con uno stile formalista); il suo era stato l’unico teatro a non aver celebrato il ventesimo anniversario della rivoluzione. Il suo lavoro venne visto lontano dalla realtà sovietica e quindi “straniero”, in patria.

Il suo teatro fu chiuso l’8 Gennaio del 1938.

Il 20 Giugno 1939 venne arrestato.

Il 1 Febbraio 1940 si svolge il suo processo. In venti minuti fu condannato alla fucilazione. Venne fucilato il giorno dopo, a sessantasei anni. Di seguito le sue ultime lettere, scritte nel gennaio dello stesso anno:

Lettera a Molotov del 2 gennaio 1940:

"Quando i giudici istruttori nei miei confronti diedero corso ai metodi fisici delle loro azioni su di me e ad essi unirono ancora il cosiddetto “attacco psichico” l'una cosa e l'altra suscitarono in me un terrore così mostruoso che la mia natura fu rivelata fino alle radici stesse […]. I miei tessuti nervosi risultarono vicinissimi al tegumento del corpo, e la pelle risultò tenera e sensibile come quella di un bambino; gli occhi capaci (in presenza di un dolore fisico e un dolore morale per me insopportabili) di versare lacrime a torrenti. Giacendo sul pavimento a faccia in giù, manifestavo la capacità di contorcermi e strillare come un cane che il padrone batte con la frusta."

Lettera a Vysinskij del 20 gennaio 1940:

"Mi hanno fatto sdraiare sul pavimento, con il viso a terra; mi hanno colpito la piante dei piedi e la schiena con un tubo di gomma annodato; quando mi facevano sedere, mi colpivano le gambe con lo stesso strumento. I giorni successivi in quei punti si era formata un'abbondante emorragia interna, e colpirono sulle ecchimosi rosse, blu, gialle. Il dolore fu tale che mi sembrava mi versassero acqua bollente nei punti sensibili (e io gridavo e piangevo dal dolore). Mi hanno colpito al viso con le mani. Il giudice istruttore mi minacciava incessantemente: “se non firmi ti picchieremo di nuovo, lasceremo intatte di te solo la testa e la mano destra, trasformeremo il resto del corpo in un ammasso informe e sanguinoso”. Fino al 16 novembre 1939 ho firmato sempre."

Mejerchold’t aveva firmato tutte le confessioni fino al 16 novembre del 1939, quando ritrattò tutto. Scrive le lettere quando viene trasferito nell’ospedale psichiatrico della prigione, a causa di un collasso psichico. Pochi giorni dopo il suo arresto, sua moglie fu trovata massacrata a coltellate, probabilmente ad opera della polizia segreta.

La sua morte fu resa pubblica solo nel 1946 e la causa fu “arresto del cuore”.

Le notizie alla base di questo articolo sono tratte dal libro: La nascita della regia teatrale di Mirella Schino, Laterza 2003.

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domenica 22 febbraio 2009

Bob Dylan all'Ed Sullivan Show.

Anche Bob Dylan fu invitato all’Ed Sullivan Show e anche lui dovette subire una “tentata” censura.  Il cantautore americano aveva già avuto un’audizione nel 1962, in seguito all’uscita del suo primo album (Bob Dylan) ma non seguì alcun invito allo show. In seguito alla rapida crescita della sua popolarità però, e nella imminenza dell’uscita del secondo album, The frewheelin’ Bob Dylan, si decise per la partecipazione alla trasmissione. La data fu fissata per il 12 Maggio del 1963.

Bob Dylan scelse di eseguire una canzone scritta l’anno prima che si intitolava “Talkin’ John Birch Society Blues”. Questa canzone derideva una società di estrema destra fondata nel 1958 da Robert Welch e che prendeva il nome da un missionario che nella seconda guerra mondiale operava come spia in Cina, dove morì. Questa società era antisemita, imperialista, reazionaria e anticomunista. La canzone di Bob Dylan paragonava le sue attività alla politica di Hitler:

Now we all agree with Hitlers' views,
Although he killed six million Jews.
It don't matter too much that he was a Fascist,
At least you can't say he was a Communist!
That's to say like if you got a cold you take a shot of malaria.

(Noi approviamo tutto quel che diceva Hitler,
Anche se ha ammazzato sei milioni di ebrei;
E non me ne frega se era un fascista,
Almeno non si può dire che era comunista.
Come dire, se hai preso il raffreddore
Fatti una puntura di malaria).

La canzone fu accolta benissimo da Sullivan. Fu il solito Bob Precht a far notare che i versi di Bob Dylan sarebbero potuti risultati diffamatori. Lo stesso Ed Sullivan non riusciva a darsi una spiegazione Ho detto che non capivo perché dovevamo preoccuparci tanto di loro (della John Birch Society). La spiegazione fu che non si poteva parlare di certe società in uno spettacolo di intrattenimento.

Fu chiesto quindi di cambiare canzone. Mancavano poche ore alla diretta quando Bob Dylan alzò i tacchi e se ne andò. Non potevano scegliere loro cosa avrebbe dovuto cantare. Inutile dire che dimostrò una grande coerenza. 

 I casi analizzati in questultima serie di articoli dimostrano come anche in un paese cosi liberale come lAmerica la censura risulti essere più una regola che uneccezione. La musica e in particolare il rock viene visto come un elemento perturbante, pericoloso, capace di influire sulle coscienze delle persone. In pericolo è il potere vero che si vede sotto assedio da un qualcosa che è capace di accendere gli animi, rendere i corpi ingovernabili, promuovere idee nuove e costumi eccessivamente liberi. In gioco cè la sessualità, le droghe, la politica. La musica libera le persone e le porta fuori dal controllo.  E ciò fa paura.

Anche Elvis Presley partecipò allEd Sullivan Show. Fu inquadrato solo dalla cintola in su per non mostrare i movimenti del bacino, troppo espliciti e allusivi.

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sabato 21 febbraio 2009

I Rolling Stones all' Ed Sullivan Show. Una canzone tradita.

A differenza dei Doors i Rolling Stones si esibirono sei volte all’Ed Sullivan Show. Nel precedente articolo abbiamo visto il motivo dell’unica presenza di Jim Morrison e compagni. Ai Rolling Stones le cose andarono molto meglio, alla grande direi (sei apparizioni). Ma al contrario dei Doors, Mick Jagger e i suoi dimostrarono molta più accondiscendenza nell’accettare le richieste dei produttori dello show.

I Rolling stones avevano partecipato allo Show già quattro volte. Il 25 Ottobre del 1964 la loro prima apparizione provocò un diluvio di proteste tanto che Ed Sullivan dichiarò che non avrebbe mai più fatto partecipare la band al suo programma. Il gruppo ritornò allo show nel maggio del 1965, nell’agosto e nel settembre del 1966. La loro quinta apparizione risale al 15 Gennaio del 1967, la band era ormai famosissima. Il pezzo che avrebbero dovuto suonare era “Let’s Spend the Night Together”. La parola “Night“ era ritenuta un’allusione sessuale troppo esplicita e gli fu chiesto di cambiare canzone. Il gruppo accettò supinamente la richiesta modificando il verso “let’s spend the night together” (“passiamo la notte insieme”) in “let’s spend Some time together” (“passiamo del tempo insieme”).
Nonostante le schiacciani prove televisive Mick Jagger per molto tempo continuò a dichiarare che non era vero nulla, che in realtà aveva cantato “let’s spend some mmmmm together” . Bill Wyman ammise però il “peccato” affermando che “il programma era troppo importante per la promozione del disco, non potevamo mandare tutto a rotoli. Eravamo volati apposta fino a New York per partecipare alla trasmissione. Ragion per cui accettammo il compromesso”. Purtroppo non sono riuscito a trovare il video relativo all’apparizione del 1967.

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venerdì 20 febbraio 2009

I Doors e “Light my fire": quando Jim Morrison si ribellò alla censura.

Il 17 Settembre del 1967 Jim Morrison e i suoi Doors si resero protagonisti di un gesto così ribelle e quindi sublime (passatemi il termine aulico) da assicurarsi il mio modesto encomio. Erano stati invitati dalla CBS per partecipare al famigerato Ed Sullivan Show e avrebbero dovuto cantare il loro secondo singolo, “light my fire”, ma gli venne chiesto di modificare il verso “girl, we couldn’t get much higher” (ragazza, non potremmo essere più fatti), sostituendo “higher” con “better”, in modo da trasformare la frase in un più soft  “ragazza, non potremmo stare meglio di così”. La vicenda viene riportata anche nel film The Doors di Oliver Stone.

 L’Ed Sullivan Show è stata per oltre vent’anni (dal 20 giugno 1948 al 6 giugno 1971) la più importante e influente trasmissione televisiva statunitense, giocando un ruolo decisivo per il lancio delle carriere di molti musicisti. Partecipare all’Ed Sullivan Show voleva dire moltiplicare la propria popolarità in modo vertiginoso. Ma anche non parteciparvi poteva sortire lo stesso effetto, come nel caso di Bob Dylan che rispose “no, grazie” in seguito alla richiesta di sostituire il brano da cantare, “Talkin’ John Birch Society Blues”. Il rifiuto amplificò la sua fama di artista non addomesticabile. I Rolling Stones invece acconsentirono alla richiesta di modificare un verso di “Let’s Spend the Night Toghethere infatti furono invitati più volte allo show. 

I Doors erano tra i gruppi più perturbanti della scena musicale mondiale. Rappresentavano il lato oscuro, il lato più ribelle. “Ci interessa qualsiasi cosa abbia a che fare con la rivolta, il disordine e ogni genere di attività apparentemente priva di significato”, sono parole dello stesso Jim Morrison.

Il giorno della diretta pare che Bob Precht, il produttore dello show, si presentò nel camerino della band con una richiesta molto importante da fare. Il verso in questione (“girl, we couldn’t get much higher”) toccava troppo in profondità le delicate corde dei benpensanti e poteva essere visto come un incitamento all’uso di droghe. Meglio cambiare. I Doors acconsentirono e in effetti durante le prove cantarono ““girl, we couldn’t get much better”. In diretta però Jim Morrison riportò il verso alla sua versione originale, accentuando anche di più la parola “higher” (non come nel film comunque). Bob Precht andò su tutte le furie e i Doors non misero mai più piede in quello studio.

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 Link

Video dell’esibizione.

Ricostruzione del film.

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giovedì 19 febbraio 2009

La copertina del macellaio dei Beatles. Yesterday and Today, "The Butcher Cover"

La censura musicale ha colpito anche le copertine degli album. Il controllo sull’operato degli artisti è arrivato anche a ritirare dischi già pubblicati per apportare dei ritocchi o cambiare del tutto l’immagine di copertina. Venivano proprio incollate copertine nuove su quelle preesistenti. Il caso più famoso è certamente quello dell’album dei Beatles Yesterday and Today, meglio conosciuto come “l’album del macellaio”.

La Capitol Records fece uscire in tutta fretta l’album nel 1966, senza prestare molta attenzione alla curiosa immagine di copertina che ritraeva i quattro baronetti con dei camici da macellaio sporchi di sangue, due bambole decapitate e pezzi di carne sparsi qua e là. L’intento dei Beatles era quello di polemizzare con la casa discografica che aveva “macellato” il loro lavoro attraverso una pubblicazione degli album britannici con un taglia e cuci che aveva  aumentato il numero degli album (di durata però minore). Fu un’operazione per lo meno irrispettosa dell’integrità delle opere. Quando la Capitol se ne rese conto fece ritirare le copie, ci appiccicò sopra una nuova immagine e le riconsegnò.

 Queste due copertine vengono tirate in ballo tra le prove della leggenda che iniziò a circolare nel 1969 e che affermava la morte di Paul McCartney. Oltre ai messaggi subliminali in alcune canzoni si osservarono due cose: nella prima copertina Harrison tiene la testa di una delle bambole decapitate vicino quella di Paul; nella seconda copertina lo stesso McCartey compare seduto in una cassa. Vennero entrambi ritenuti messaggi in codice che annunciavano la morte del bassista dei beatles.

Confronta le copertine.

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La copertina censurata di Ritual de lo Habitual dei Jane’s Addiction.

L’album Ritual de lo Habitual dei Jane’s Addiction subì la censura della sua copertina. Uscì nel 1990 ed è importante ricordare che le tracce 6-7-8-9 erano dedicate alla memoria di Xiola Blue, morta nel 1987 a causa di una overdose di eroina, aveva 19 anni.

La prima versione della copertina (un lavoro dello stesso Farrell) non fu accettata dai negozi perché raffigurava nudi femminili e maschili. Fu sostituita quindi dalla cosiddetta “clean cover” che consisteva in uno sfondo bianco con scritte nere che riportavano il nome del gruppo, dell’album e il testo del Primo emendamento della Costituzione Americana. Questo emendamento regola la libertà di espressione in tutto il territorio americano e recita così:

“congress shall make no law respecting an establishment of religion, or prohibiting the free exercise thereof; or abridging the freedom of speech, or of the press; or the right of the people peaceably to assemble, and to petition the Government for a redress of grievances.

 (Il Congresso non può fare leggi rispetto ad un principio religioso, e non può proibire la libera professione dello stesso: o limitare la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea, e di fare petizioni al governo per riparazione di torti).

Il retro della copertina riporta inoltre il seguente testo:

"Hitler's syphilis-ridden dreams almost came true. How could it happen? By taking control of the media. An entire country was led by a lunatic... We must protect our First Amendment, before sick dreams become law. Nobody made fun of Hitler??!" 

Le due copertine a confronto.

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mercoledì 18 febbraio 2009

Arca Russa di Aleksandr Sokurov, un film contro il cinema.

Arca Russa è un film del 2002 di Aleksandr  Sokurov che rappresenta un caso unico nella storia del cinema. Grazie ad una macchina da presa digitale ed uno speciale Hard Disk (entrambi costruiti per l’occasione) è stato possibile girare il primo lungometraggio privo di stacchi. Il film è infatti un piano sequenza della durata di un’ora e mezza. Niente stacchi, niente montaggio. Un’opera che è costata l’impiego di 4500 persone, ed un particolare encomio per l’operatore che è riuscito in un’impresa davvero grandiosa. Le riprese, o meglio, la ripresa è avvenuta  il 23 Dicembre del 2001, dopo quattro tentativi falliti.

Il film è un flusso continuo attraverso le sale dell’Hermitage di San Pietroburgo e attraverso tre secoli di storia russa. Un personaggio indefinito che percepiamo come eterna soggettiva accompagnato da un nobile dell’Ottocento che si aggirano tra le sale di uno dei musei più importanti del mondo.

E’ questo un violento attacco al cinema e a cent’anni di normalizzazione e di costituzione di una grammatica, tutta fondata su ciò che il film rigidamente nega: il montaggio. Tutto d’un colpo è un nuovo linguaggio cinematografico che questo film crea. Immaginate cosa può significare un’operazione del genere. La macchina da presa parte in un punto per arrivare in un altro e lungo questo tragitto incontra gli attori che in quel preciso istante devono iniziare a recitare. Ad un certo punto i due viaggiatori entrano in una sala in cui si sta svolgendo un ballo sfarzoso con centinaia di attori. Immaginate gli attimi prima: gli attori fermi, sanno che la telecamera è partita e che tra tot minuti arriverà da loro e dovranno essere pronti. Immaginate gli attori che hanno appena finito la loro parte: la macchina da presa è andata via, si tira un sospiro di sollievo. Un errore avrebbe significato l’annullamento di tutto il lavoro fatto dagli altri e la necessità di ricominciare d’accapo. Quando parte la cinepresa si mette in moto un meccanismo a orologeria, un organismo che deve funzionare dall’inizio alla fine. Un organismo di 4500 individui. Non è ne cinema, né teatro. Pur essendo un evento registrato deve svolgersi tutto d’un fiato. Ma prefigura anche una particolare forma di teatro: un teatro in cui non sono gli attori ad entrare in scena ma gli spettatori che vanno alla ricerca dell’evento rappresentato.

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domenica 15 febbraio 2009

Gli scherzi di Antonio Petito, il Pulcinella più famoso dell'Ottocento.

Antonio Petito è stato il più grande attore napoletano dell’Ottocento. Eduardo Scarpetta, padre dei De Filippo, apprese il mestiere del teatro da lui. Fu un attore ineguagliabile nella maschera di Pulcinella e c’è chi dice che questa maschera sia morta insieme a lui. Come tanti altri attori, tra cui Molière, morì sulla scena, durante uno spettacolo. In questo articolo voglio soffermarmi sui suoi scherzi, finemente orchestrati, ai danni degli attori della compagnia, arrivando perfino a castigare Raffaele Mormone, il proprietario del teatro San Carlino.
Erano scherzi talvolta inauditi, che ci danno preziose informazioni sul rapporto che Antonio Petito aveva con il reale. Era capace di scherzare su tutto, senza censure. Federico Frascani ha colto nel segno quando ha definito questi scherzi “burle atroci”.
Bersaglio preferito era il povero Don Mariano Ruoppolo, il suggeritore. Antonio Petito fu capace di giocare sulla fobia del popolo napoletano provocata dal terribile colera del 1867. Don Mariano Ruoppolo aveva l’abitudine di andare a bere nel camerino di Don Antonio, dove trovava sempre una bottiglia d’acqua fresca. Una sera, mentre erano in scena il De Angelis e il Di Napoli, il povero Don Raffaele iniziò a sentirsi davvero male nella sua buca. Aveva evidentemente dei terribili crampi alla pancia provocati da una qualche sostanza lassativa che Antonio Petito aveva versato nella bottiglia dell’acqua. Ma quando accartocciandosi su se stesso disse: “Aiutateme!...teongo ‘o colera…so morto!”, è facile immaginare il panico che si creò tra gli attori. Ma tutto finì in grosse risate, quando si seppe dei “diece annece ‘e vummetivo” che Antonio Petito aveva messo nella sua bottiglia per fargli “levà ‘o vizio e venì a bevere vicino a’ butteglia”. Quando cacciarono il poveretto dalla sua buca, con un filo di voce disse: “Me dispiace d’o guaio ch’aggio combinato là dinto!...Me dispiace d’ ‘o copione…d’ ‘o tappeto…ma ch’aveva fa?...nun ne putevo cchiù!”.
Come si è detto anche Raffaele Mormone fu bersaglio dei suoi scherzi. Una volta entrando il teatro trovò una schiera di pezzenti di San Gennaro che recitavano il rosario. Chiese cosa significava tutto ciò. Gli dissero che si aspettava il carro funebre. “Perché chi è morto?” “E’ morto Raffaele Mormone…”
Un’altra volta tornando a casa non riusciva a trovare l’uscio in cui infilare la chiave. Antonio Petito, precedendo il Marchese del Grillo, aveva fatto murare l’ingresso della sua abitazione.
Anche lo stesso Scarpetta fu bersaglio di quelle burle atroci. La più terribile fu quella che Federico Frascani definisce come precorritrice del Grand Guignol. Gli attori erano invitati a cena da Antonio Petito. Il primo a presentarsi fu proprio Scarpetta, vestito completamente di bianco. Quando entrò sentì Don Antonio e Donna Teresina che litigavano furiosamente nella stanza accanto. Luigi, il servitore, esclamo: “Sì proprio capitato a nu brutto mumento!”. Pare si sentissero anche dei sonori ceffoni. Ad un certo punto Antonio Petito uscì dalla stanza, livido in volto, dicendo: “L’aggi’ a scanna, comme a nu pecuriello”. Andò in una sgabuzzino in cui conservava alcuni oggetti teatrali e ne uscì con una daga. Rientrò nella stanza, dopo essersi divincolato dalla presa di Scarpetta che cercava di farlo tornare in sé, e si senti Donna Teresina urlare: “Mamma d’ ‘o Carmene, m’ha accisa”. 
Luigi esclamò: “Ha fatto ‘o guaio!”.
Quale spettacolo si mostrò agli occhi di Eduardo quando entrò nella stanza! Donna Teresina giaceva in una pozza di sangue. Antonio Petito gli si gettò addosso pregandolo di andare a chiamare il medico, sporcandogli di sangue quel bel vestito bianco che portava. Per le scale Eduardo si accorse di come era conciato, doveva sembrare un macellaio. Rientrò e Don Antonio gli diede una giacca enorme, che poteva contenere due Scarpetta. Eduardo per strada incontrò gli attori che stavano arrivando, trafelato spiegò l’accaduto. Gli attori risposero con una sonora risata.
Quando risalirono le scale e entrarono nel quartierino, trovarono Don Antonio e Donna Teresina che ballavano la tarantella. 
Non è difficile immaginare con quale pallore del viso il povero Eduardo seguì, o meglio subì, tutta la scena.
Anche Pasquale De Angelis, un attore della compagnia, era frequente bersaglio di Antonio Petito. La caratteristica principale di questo attore era la pelata, che copriva con un parrucchino fino a quando Petito non glie la strappò dalla testa durante uno spettacolo. Don Antonio non perdeva occasione per sfruttare quel pozzo di ispirazioni per le sue burle. Come quando gli fece credere all’esistenza di una miracolosa pomata francese per far ricrescere i capelli. Dopo una sopraffina e ben congegnata opera di persuasione il De Angelis abboccò e si fece dare una boccetta di quel prezioso liquido. Quando però se la spalmò per bene sulla testa, per poco non prese fuoco. Quella pomata gli provocò una incredibile irritazione che lo costrinse a casa per diversi giorni.
Se si volevano mantenere buoni rapporti con Antonio Petito bisognava saper sopportare le sue stravaganze. Era, per così dire, la stella del San Carlino e sapeva imporre la sua autorità, sebbene con quei modi bonari e scherzosi, ma come si è visto, diabolici. Questi suoi modi, se non fossero stati mitigati da quella leggerezza e apparente ingenuità con cui affrontava il reale, potevano essere senza fallo scambiati per pura cattiveria. 



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sabato 14 febbraio 2009

Fonti della vita di Shakespeare. Seconda parte.

Nello scorso articolo ho tentato di fornire un resoconto delle fonti su cui la storiografia ufficiale si basa per ricostruire la biografia di William Shakespeare. Avevo terminato l'articolo in maniera un po' brusca per paura che fosse eccessivamente lungo. (si trattava comunque di un post su un blog, di natura per giunta abbastanza tecnica). Ma grazie all'intervento di Alice che mi ha gentilmente fatto notare che avrebbe volentieri continuato a leggere, ho capito che mi sbagliavo. Ciò dimostra l’importanza dei commenti e dei consigli da parte di chi legge gli articoli.

Questo articolo è la seconda parte del precedente: Voyager: Shakespeare era italiano! Le fonti della vita di William Shakespeare.

Prima di tutto è necessario approfondire un punto del discorso che non avevo trattato a sufficienza. Riguarda l'importantissima e famosa invettiva di Robert Greene posta come epilogo del libello A Groathswoth of Wit. Come detto in precedenza si tratta di un documento che ci testimonia la fervida attività teatrale di Shakespeare a Londra. Green si rivolgeva ai suoi compagni di Università (University Wit: Marlowe, Peele e Nash), mettendoli in guardia su questo “villano rifatto di corvo, abbellito delle nostre penne”. Cosa voleva dire con quel “abbellito delle nostre penne”? Due possibilità: o che Shakespeare copiasse i loro testi; o si riferiva alla sua attività di attore (che cos’è l’attore se non uno che si fa bello con le parole degli altri?). La frase “Cuor di tigre rivestito della pelle d’un attore” è una citazione di un verso della terza parte dell’Enrico VI in cui a causa della crudeltà della regina Margaret si sente: “Oh cuor di tigre rivestito con la pelle di una donna!”. Ma questo avvenimento ha un ulteriore risvolto che dimostra ulteriormente l’importanza e il peso che Shakespeare faceva sentire nella capitale inglese. Dopo l’invettiva di Greene, Sir Henry Chettle (che aveva pubblicato il testo) si sentì in obbligo di scusarsi. Infatti nel suo Kind-Heart’s Dreame del Dicembre di quello stesso 1592, scrive:

“Mi duole di non aver usato discrezione nell'alludere all'altro (Shakespeare), quasi che la mia fosse stata la colpa originale, perché io stesso mi sono potuto accorgere che la sua condotta non è meno civile di quanto egli non si è eccellente nella professione che esercita. Senza contare che diverse persone di qualità hanno offerto testimonianza della rettitudine del suo comportamento, che prova la sua onestà, e del suo spirito e dell'eleganza con che gli scrive, che attesta la bontà dell'arte sua”.

Shakespeare era già così importante da suscitare rispetto.

Nel 1593 a Londra scoppiò un’epidemia di peste. I teatri furono chiusi. Questo periodo di inattività teatrale permise a Shakespeare di comporre e pubblicare due poemetti: Venus and Adonis e Lucrece, rispettivamente nel 1593 e 1594. Seguì personalmente la pubblicazione.

Il 15 Marzo 1595 il nome del poeta riaffiora in un documento amministrativo: si tratta della registrazione di un pagamento ricevuto da Shakespeare e dagli attori Burbage e Kempe, per aver recitato di fronte alla regina Elisabetta.

L’11 Agosto 1596 il registro parrocchiale di Stratford riporta la morte di Hamnet, aveva undici anni.

Da una serie di quattro documenti si traggono notizie su vari spostamenti del poeta tra il 1596 e il 1598. Passò dal Nord del Tamigi, vicino i teatri The Theatre e The Curtain (vedi pianta) al Sud, sulla Bankside in Southwark.

Un documento catastale ci informa poi dell’acquisto di una casa, la cosidetta “New Place” in Stratford, le cui fondazioni sono ancora visibili. Un ulteriore documento del 1598 si riferisce all’acquisto di alcuni terreni a Shottery. A Shakespeare le cose non dovettero andar male.

Nel 1598 vengono per la prima volta pubblicati i suoi drammi con il suo nome stampato nel frontespizio, segno questo di grande considerazione e importanza. Il nome era diventato sinonimo di garanzia e attrazione.

Nel Settembre del 1598 fu pubblicato un importante testo in cui Shakespeare viene paragonato per grandezza a personaggi come Omero e Eschilo. Si tratta del Palladis Tamia di Francis Meres (qui troverete il passo che ci interessa). Shakespeare era considerato già un classico.

Il 25 Ottobre 1598 Richard Quiney scrive una lettera a William in cui gli chiede un prestito di trenta sterline che viene subito accordato. Si tratta dell’unica lettera a noi pervenuta.

Nel 1599 viene costruito a Sud del Tamigi il Globe Theatre (vedi pianta), per conto della compagnia dei Lord Chamberlain. Shakespeare fa parte della società per un decimo delle “azioni” del teatro.

Il 1602 riporta l’unico aneddoto che riguarda il poeta in una testimonianza manoscritta. Si tratta del diario dell’avvocato John Manningham. La testimonianza probabilmente non è vera, però ci dà l’idea dell’atteggiamento che il pubblico aveva nei confronti di William Shakespeare. Si tratta di un aneddoto molto divertente che riporto separatamente (clicca qui).

Nel 1603 muore Elisabetta. Il suo successore è Giacomo I e i Lord Chaberlain’s Men diventano i King’s Men. Shakespeare e la sua compagnia assumono così una posizione ufficiale a corte.

Shakespeare muore nel 1616. A Sommerset House si conserva ancora il suo testamento.

Vai alla prima parte.


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Shakespeare elogiato nel "Palladis Tamia" di Francis Meres.

Di seguito riporto l'importante elogio che Francis Meres fece a William Shakespeare nel suo Palladis Tamia, pubblicato nel Settembre del 1598.

"E così come la lingua greca fu resa famosa ed  eloquente per opera di Omero, Esiodo, Euripide, Eschilo, Sofocle, Pindaro, Focilide ed Aristofane; e la lingua latina per opera di Virgilio, Ovidio, Orazio, Silio Italico, Lucano, Lucrezio, Ausonio e Claudiano, del pari la lingua inglese fu gagliardamente arricchita, e bellamente resa capace dei più splendidi ornamenti e degli abiti più rari da Sir Phillip Sidney, Spenser, Daniel, Drayton, Warner, Shakespeare, Marlowe e Chapman […] Come l'anima di Euforbio si pensava che fosse rediviva in Pitagora, così la soave e arguta anima di Ovidio vive ancora nell'amabile Shakespeare dai molli accenti, e ne rendono testimonianza il suo Venere e Adone, la sua Lucrezia, e i suoi dolci sonetti che girano, manoscritti, tra gli amici più intimi, ecc. E come Plauto e Seneca vengono considerati i migliori tra i latini per quel che riferisce ai generi della commedia e della tragedia, allo stesso modo, tra gli inglesi, Shakespeare è di gran lunga migliore, in entrambi codesti generi teatrali. E ne recano testimonianza, quanto alla commedia, i suoi Gentiluomini di Verona, i suoi Errori, le sue Pene d'amor perdute, le sue Pene d’amor vinte, il suo Sogno di una notte di mezza estate, il suo Mercante di Venezia; e quanto alla tragedia, i suoi Riccardo II, Riccardo III, Riccardo IV, Re Giovanni, Tito Andronico e il suo Romeo e Giulietta. E così come Epio Stolone soleva dire che le muse, se sapessero di latino, parlerebbero la lingua di Plauto, così io dico che elleno se volesse parlare in inglese, avrebbe buon gioco a parlar secondo l'ornato fraseggiar di Shakespeare."

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Aneddoto su Shakespeare. Dal diario di John Manningham.

Sul diario di John Manningham si legge questo curioso aneddoto che riguarda William Shakespeare. La testimonianza è del 1602 ed è l'unico aneddoto mkanoscritto che si riferisce al grande poeta e drammaturgo inglese:

"Quando Burbage recitava nel Riccardo III, avvenne che una donna si lasciasse tanto prendere d'amore per lui che prima d'uscire dal teatro gli diede un appuntamento in casa propria per quella stessa notte, al quale egli avrebbe dovuto presentarsi col nome di Riccardo III. Avendo Shakespeare udite per caso quest'ultime parole, si recò al convegno prima dell'altro e fu galantemente intrattenuto in luogo di Burbage. Così che quando fu recata la nuova che Riccardo III attendeva da basso la porta, Shakespeare mandò a dire che Guglielmo il Conquistatore veniva prima di Riccardo III."


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venerdì 13 febbraio 2009

Pianta dei teatri di Londra nel 1600.

Questa è una pianta che da una buona idea della Londra in cui operava Shakespeare. Appena possibile pubblicherò un articolo a completamento del precedente sulla sua vita. Clicca sull'immagine e poi salvala.


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giovedì 12 febbraio 2009

Voyager: Shakespeare era italiano! Le fonti della vita di William Shakespeare.

Shakespeare era Italiano? Questa l’incredibile domanda a cui il programma “Voyager” ha tentato di rispondere la scorsa sera. Come è abituato a fare, Giacobbo ha rispolverato una vecchia contesa ormai risolta da anni. E’ andato a scomodare il povero William Shakespeare sostenendo la tesi che in realtà si trattasse di un certo Michelagnolo Florio, di Messina. La storia della vita di Shakespeare si è formata attraverso un dibattito durato tre secoli. Immaginate quante leggende sono potute nascere intorno ad una figura di cui si sa pochissimo. Ovviamente “Voyager” non ha citato le fonti della biografia ufficiale di Shakespeare, affidandosi al luogo comune che ciò che è ufficiale spesso serve a coprire la verità.  In questo articolo tenterò di dare un’idea delle fonti reali su cui ci si basa per una biografia di Shakespeare.

Prima di tutto gli estremi di nascita. “Voyager” afferma che non sono assolutamente certi. Non è vero: ancora oggi nel registro del fonte battesimale della Holy Trinity Church si può leggere: “1564 April 26. Gulielmus filius Johannes Shakespeare”. Ciò stabilisce la data del battesimo però, non quella di nascita che può essere avvenuta anche parecchio tempo prima, come era consuetudine. Ma sul monumento funebre di Shakespeare, nella stessa chiesa, si legge: ” Aetatis 53. Die 23 Ap.” Morto il 23 Aprile all’età di 53 anni. Di solito si è sempre fatto coincidere la nascita con il 23 Aprile del 1564, un po’ per il fascino della coincidenza della data di nascita con quella di morte, un po’ perché il 23 Aprile coincide con la festa di San Giorgio, patrono della gran Bretagna. In realtà sappiamo solo che è stato battezzato il 23 Aprile del 1564 e che è morto a 53 anni. Il margine è questo: Shakespeare non può essere nato né prima il 24 Aprile del 1563, né dopo il 23 Aprile del 1564.

Il documento successivo, nel registro episcopale della diocesi di Worcester, risale al 27 Novembre 1582 e documenta la concessione di una licenza di matrimonio da contrarsi “inter Wm Shaxpere et Hannam Whateley de Temple Grafton”. In realtà la sposa di Shakespeare si chiamava Anne Hathaway. Si trattò probabilmente di un errore di trascrizione dello scriba, in un periodo in cui la grammatica inglese non aveva ancora una sistemazione precisa. Sappiamo che Anne Hathaway fu sepolta come “Mrs Shakespeare” a Stratford l’8 Agosto 1623. Era morta due giorni prima.

Il 26 maggio 1583 il registro del fonte battesimale di Stratford riporta il battesimo di “Susan, figlia di William Shakspeare”

Il 2 febbraio 1585 il registro della Holy Trinity Church segna il battesimo di due gemelli: “Hamnet e Judeth, son and daughter to William Shakespeare”.

William viene citato ancora in un documento del 1589, come erede di John e Mary Shakespeare.

Ma è del 1592 la testimonianza più importante che ci fornisce elementi determinanti per quanto riguarda l’attività teatrale che William Shakespeare svolgeva a Londra. Lo ritroviamo quindi dopo tre anni, in un’altra città, già affermato nel campo teatrale. Si tratta dell’epilogo del libello A Groatsworth of With di Robert Greene, uno dei più importanti prosatori dell’età elisabettiana. L’invettiva dice:

“Non è forse strano che io e voi, cui tutti ebbero ad inchinarsi finora, dobbiamo così, tutt’a un tratto, vederci abbandonati? Un villano rifatto di corvo, abbellito delle nostre penne, con il suo cuor di tigre rivestito della pelle d’un attore, crede d’essere buono a dar fiato a versi sciolti come il migliore fra voi, e non essendo nient’altro che un Johannes fac totum, s’immagina d’esser l’unico scuoti-scena (“Shake-scene”) di tutto il paese”. 

Il riferimento a Shakespeare è quasi certo, sia per il nome (Shake-scene/Shakespeare), sia per la citazione di un verso tratto dall’Enrico VI (Cuor di tigre…). Nel 1592 Shakespeare era dunque attivo, ampiamente affermato e anche temuto, tanto da suscitare una così dura invettiva.

Voglio fermarmi qui, per non allungare ulteriormente l’articolo. Il nome di Shakespeare compare ancora nei vari documenti, ma credo di aver dato abbastanza notizie per confutare le fantasiose tesi di Voyager, un programma che mira ad alzare i propri ascolti a colpi di “notizie stupefacenti” e “fatti incredibili”.

Seconda parte.



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mercoledì 11 febbraio 2009

Ci ragiono e canto, uno spettacolo di canti popolari diretto da Dario Fo.

Ci ragiono e canto è uno spettacolo diretto da Dario Fo e messo in scena dal collettivo teatrale “La comune” nel 1966. Il lavoro nasce in seno all’Istituto Ernesto De Martino, grazie alle ricerche di Cesare Bermani e Franco Coggiola. Fu rappresentato per la prima volta il 16 Aprile del 1966 al Teatro Carigliano di Torino.

Dal programma di sala di quella sera si legge: “La rappresentazione vuole essere fotografia della condizione attuale del mondo popolare e proletario in Italia, attraverso un modo nuovo e spregiudicato di fare spettacolo… Non è uno spettacolo di folklore, ma uno spettacolo sulla civiltà proletaria, considerata quale punto di riferimento da cui è necessario partire per l’affermazione di una cultura alternativa, che sia in grado di resistere in ogni settore alle pressioni di fenomeni propri della società neocapitalista"



Nella versione registrata, andata in onda su Rai2 nel 1977 e disponibile in DVD, Dario Fo introduce lo spettacolo spiegando che l’origine dei canti rappresentati va ricercata nel lavoro dell’uomo. Le ricerche condotte per la realizzazione della messa in scena si pongono in una prospettiva fortemente antropologica. Questi canti hanno lo stesso respiro e ritmo dei mestieri e delle attività dell’uomo, venivano infatti cantati come accompagnamento e anche coordinazione dei movimenti. In particolare in quei mestieri che richiedevano la perfetta sincronia di più persone.

Questo aspetto è ben spiegato in uno dei saggi presenti nel testo di Dario Fo Manuale minimo dell’attore, edito da Einaudi. Sono i ritmi e le cadenze dei gesti dei vari mestieri che determinano i ritmi, gli accenti, la metrica e anche le melodie dei canti in questione: è il caso dei cordari di Siracusa il cui complesso sistema di movimenti necessari per intrecciare le funi era sincronizzato da un canto; stesso discorso per i battitori di pali di Venezia.

Non è solo questo però. Nello spettacolo vengono cantate anche canzoni di protesta, di denuncia, anarchiche.  Così recita per esempio un canto  laziale del XVIII secolo, Montesicuro:

 

Sono stato a lavorare a Montesicuro

Se tu sapessi quanto ho guadagnato

Ci mancano quattro “paoli” a fare uno scudo

Ci mancano quattro “paoli” a fare uno scudo

Non posso dire però quanto ho sudato

Son mezzo morto e mi si ferma il cuore

E l’anima se ne va per conto suo

E l’anima se ne va per conto suo

 

Lo spettacolo si presenta con una identità anomala: un concerto rappresentato. Qui sta la spregiudicatezza di cui parlava il programma di sala. I canti non vengono semplicemente fatti ascoltare, vengono anche mostrati. Gli attori eseguono in sintesi i movimenti dei mestieri che hanno generato i vari canti, in una rappresentazione che non vuole essere ricostruzione attraverso l’immedesimazione in personaggi, ma la ricostruzione quasi scientifica del semplice gesto, ripulito di ogni impurità. Gli attori non ci danno un’immagine complessa del mondo del lavoro  da cui i canti derivano. Per intenderci: non c’è né sudore, né sforzo. Ciò che ci viene mostrato, o meglio, che ci viene fatto capire, è proprio quello stretto rapporto tra lavoro e canto.

Questo spettacolo è una testimonianza straordinaria di un intero mondo. Va senza dubbio visto. Anche se è difficile trovare la registrazione. Appena in una qualche rassegna lo fanno vedere, correte!


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