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mercoledì 19 dicembre 2012

Il Lavoro della spalla comica



Secondo articolo della serie dedicata al rapporto Comico e Spalla. Entriamo più nel dettaglio.
Dal punto di vista strettamente comico e drammaturgico, la spalla deve sostenere il comico e dargli le battute. Ecco cosa spiega Dario Fo parlando di Totò
      
Totò utilizza tutte le tecniche del vecchio teatro tradizionale e popolare. Ricorre spesso a un partner chiamato spalla. Questo partner gli dà la battuta, gli fa da contrappunto, per le ripetizioni e i rimbalzi necessari al discorso comico. Ma non serve unicamente a dargli la battuta, a recitare in contrappunto, a fare da controscena: è prima di tutto un punto d'appoggio. Lo stesso termine "spalla" deriva dall'atleta che, nel salto pericoloso, offre all'acrobata una possibilità d'appoggio, di rimbalzo, che in qualche modo lo spinge e lo proietta in avanti. E' così che Totò utilizza la spalla e sempre mirabilmente.

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giovedì 2 luglio 2009

Beautiful: la serie tv postmoderna.

Oggi mi sono trovato a vedere una puntata di Biutiful. Nell’ultima puntata che avevo visto, mesi fa credo, c’era Rigge Forrestere che con lucida determinazione affermava di aver staccato la spina al padre, ormai cerebralmente morto. Oggi il vecchio Forrestere si aggirava tranquillamente nello schermo, ma non era un fantasma. Ma sono note le acrobazie della sceneggiatura di Biutiful. Ho notato una Teilor veramente brutta, si è rifatta e ha cambiato i connotati.

I personaggi di Biutiful sono quasi tutti plastificati ormai, eternamente giovani, fermi nel tempo. Solo la vecchia lì, si è da tempo arresa ai capelli bianchi. Non condivido questa scelta…se plastica deve essere, che plastica sia! Questo perché, forse non volendo, Biutiful è diventato una serie tv all’avanguardia, oserei dire postmoderna…è una continua celebrazione dell’uomo bionico, le mutazioni fisiche degli attori non hanno nulla da invidiare ai più estremi bodyartist…Teilor davvero mi fa pensare a Mattew Barney…Oggi poi c’è stata una lotta sovrumana tra due ercoli, tra Rigge è un fulgido biondone, ho provato molta apprensione per le protesi facciali di Rigge, attimi di vera paura.

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mercoledì 24 giugno 2009

Maurizio Crozza cacciato da La7.

Il famoso comico Maurizio Crozza non riprenderà ad autunno il suo programma di satira Crozza Italia Live, sul canale La7. I vertici dell’emittente hanno presentato la nuova stagione 2009-2010 e il programma di Maurizio Crozza non c’è. Ci saranno probabilmente due special a Dicembre. Una strana coincidenza vuole che ci sarà una new entry: un talk show diretto da Luca Barbareschi. Che Crozza sia stato sostituito da Barbareschi?

I vertici di La7 hanno tenuto a precisare che non si tratta di una sostituzione perché Crozza non sparirà del tutto dal palinsesto, ci saranno appunto ben due special. La presenza di Crozza punterà più sulla qualità che sulla quantità (?). Sempre secondo i vertici di La7 le motivazioni di questa scelta sono dettate da un bisogno di rinnovamento: La7 è una rete in continuo rinnovamento e questa pausa servirà a Crozza per pensare a qualcosa di nuovo.

Ho pensato subito a quelle scene dei film polizieschi in cui il commissario di polizia per usare parole dolci con un poliziotto che intende cacciare gli dice: “Hey Jack, credo che tu abbia bisogno di una bella vacanza. Brutto figlio di puttana (ce lo mettono sempre)”.

Quindi ricapitoliamo: il programma Crozza Italia Live era un vecchiume che ormai non vedeva più nessuno, una palla al piede per La7 che ha deciso a malincuore di cancellare.

Le cose stanno un po’ diversamente: Crozza Italia Live era uno dei programmi comici più riusciti e più seguiti dell’emittente. Ha avuto molto successo di pubblico e ha registrato una crescita costante dello share.

E allora? Ripeto: è del tutto casuale lo sbarco di Luca Barbareschi?

Che la bilancia stia vacillando leggermente verso destra?

Giammai! Barbareschi si tira fuori da ogni maligna insinuazione di stampo ideologico.

È stata avanzata anche una geniale proposta: perché non far fare a Crozza un duetto con Barbareschi?

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martedì 23 giugno 2009

Spettacoli News?: Chris Brown colpevole...O'Neil sposa Farrah Fawcett...

Scorrendo le google news nella sezione “Spettacoli” due notizie hanno attirato maggiormente la mia attenzione: Massacrò di botte Rihanna, Chris Brown si dichiara colpevole” e “O'Neal sposa Farrah Fawcett morente”. La prima notizia si riferisce al fatto che il cantante Chris Brown ha confessato davanti alla corte di Los Angeles di aver picchiato la collega e ex fidanzata Rihanna. Pur rischiando una pena di cinque anni se l’è cavata con 180 giorni di lavoro per la comunità e l’obbligo di stare ad almeno 50 metri di distanza da Rihanna (10 metri in occasioni legate al mondo dello spettacolo). La seconda notizia riguarda la decisione dell’attore Ryan O’Neil di sposare Farrah Fawcett, ex Charlie’s Angels che dal 2006 lotta contro un cancro al colon che si è esteso al fegato. Quello che mi ha spinto a scrivere l’articolo è l’inserimento di queste notizie nella categoria “spettacoli”.

Il motivo che salta subito al pensiero è il fatto che entrambe le vicende riguardino star e divi del mondo dello spettacolo. Ma se si gratta un po’ di più si può intravedere una verità abbastanza scontata ma che bisogna spogliare di ogni normalità e naturalezza e considerala assurda, perché così è: la vita privata di queste persone e la dimensione pubblica non hanno confini ben definiti…e questo è ovvio. Ma ciò che deve far meraviglia è che non solo privato e pubblico coincidono, ma anche la loro vita reale e quella fittizia. In poche parole è come se la loro vita fosse tutta un film. Riguarda il mondo dello spettacolo che un cantante abbia massacrato di botte la compagna o riguarda la cronaca? Basta il fatto che i protagonisti siano divi? La loro vita privata è sfruttata dal mondo dello spettacolo e non c’è vita vera, vissuta.

Nel caso di Farrah Fawcett l’articolo comincia con una tristissima analogia con un film, Love Story, in cui lo stesso O’Neil interpretava la parte di Oliver che sposa la sua Jennifer nonostante sia una malata terminale di leucemia. La similitudine non è casuale. La vita del film e la vita vera si compenetrano. La stessa Farrah Fawcett ha permesso che si girasse un documentario sulla sua malattia, Farrah Story, che ha ricevuto dure critiche perché è stato accusato di sfruttare la lotta di una star contro il cancro per fare audience.

L’aspetto che a noi più interessa è proprio questa sfumatura dei limiti che dovrebbero dividere la vita vera da quella finta, falsa di uno show televisivo.

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venerdì 19 giugno 2009

6. La clausola.

La clausola (Escape Clause) è il titolo del sesto episodio della serie tv americana Ai confini della realtà (The Twilight Zone).

Un acido ipocondriaco ossessionato dalla paura della morte stringe un patto con il diavolo: l’eternità in cambio dell’anima. Ma c’è una clausola nel contratto…

SCHEDA:

Sceneggiatura: Rod Serling.

Regia: Mitchell Leisen

Musiche di Franz Waxman.

Prima trasmissione: 30 ottobre 1959.

Attori: David Wayne (Walter Bedeker), Thomas Gomez (Signor Cadwallader),Virginia Christine (Ethel Bedeker), George Baxter (il giudice),Raymond Bailey (il medico), Wendell Holmes (Cooper) e con Dick Wilson, Joe Flynn, Nesdon Booth, Allan Lurie, Paul E. Burns.


La struttura di questo episodio può essere divisa in quattro momenti: la presentazione del personaggio (descritto dalla voce di Serling), il contatto con l’ignoto (l’incontro con il diavolo), la sperimentazione di una situazione eccezionale (l’immortalità) e il finale con colpo di scena.



Trama (attenti! Viene riportata anche la fine dell’episodio!)


Walter Bedeker è un ipocondriaco egoista dai modi molto sgarbati. E convinto che la morte lo attenda dietro l’angolo e se la prende con il mondo intero. Ecco come lo descrive la voce narrante di Serling: “Questo è il signor Walter Bedeker, di 44 anni. Terrorizzato dalla morte, dalle malattie, dagli altri, dai batteri, dalle correnti d’aria e da altro ancora. Ha un solo interesse nella vita e cioè: Walter Bedeker. Una sola occupazione: la vita e il benessere di Walter Bedeker. E una preoccupazione costante per la società: quella cioè di come potrebbe sopravvivere nel caso in cui Walter Bedeker morisse”.

Questa concisa descrizione ci dà tutte le informazioni necessarie. Walter Bedeker è convinto che gli tengano nascosta qualche malattia e perciò è acidissimo sia con il dottore che con sua moglie.

Accade un evento stranissimo: un signore viene a trovarlo, non si sa come è entrato. Per farla breve: si tratta del diavolo che gli propone un contratto: la vita eterna in cambio della sua anima. Ma c’è una clausola: nel caso in cui Walter Bedeker si stanchi della vita eterna, basta che chieda al diavolo di “organizzare la sua partenza”. Walter Bedeker non tarda ad accettare.

La vita però, senza la paura e la possibilità di morire, gli appare molto noiosa. Ogni attività gli pare inutile e niente ha più sapore per lui. Si getta sotto gli autobus, sotto i tram, le metropolitane… beve l’ammoniaca…niente lo riesce a soddisfare. Si incolpa quindi della morte della moglie, per provare l’emozione della sedia elettrica, tanto consumeranno solo corrente, inutilmente. Inaspettatamente non gli viene concessa la pena di morte ma il carcere a vita. A questo punto l’eternità appare angosciante e spaventosa. Walter Bedeker decide di ricorrere alla clausola.



Riflessioni.


La clausola è certamente l’episodio più interessante tra quelli che abbiamo fin’ora trattato. Come è evidente dalla trama questo episodio vanta illustri antenati: Il malato immaginario di Molière, Il Faust di Goethe (il contratto con il diavolo) e la favola di Re Mida (il forte desiderio di un potere che poi si rivela funesto).

In effetti gli interrogativi che questo episodio pone sono molto interessanti e stuzzicanti. Quando Walter Bedeker riceve il beneficio della vita eterna la sua esistenza improvvisamente scolorisce. Viene così proposta l’idea che paradossalmente è l’aspettativa della morte che ci dà la possibilità di vivere. Se fossimo immortali ogni nostra attività apparirebbe inutile: non avremmo bisogno di mangiare, di ripararci dal freddo e dalle malattie, di difenderci. Non proveremmo paura, non ci sentiremmo mai minacciati. Non si tratta semplicemente del fatto che la vita apparirebbe noiosa perché non si rischierebbe mai nulla. Forse è come se l’aspettativa della morte fosse un motore che ci spinge ad agire, a fare. Il discorso non si esaurisce ovviamente in modo così semplicistico, ma lo spunto stimola una interessante riflessione.

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martedì 16 giugno 2009

Povia vince il premio Mogol, e non se lo aspettava.

Povia ha vinto il premio Mogol per la sua canzone "Luca era gay". Ha dichiarato: "Non mi aspettavo questo riconoscimento". Il povero Povia! Bersagliato ingiustamente dalla critica italiana per la sua canzone "Luca era gay". Premetto che ogni artista deve essere libero di scrivere ciò che vuole, quindi non giudico la sua canzone che ha fatto già parlare abbastanza. Ciò che mi fa schifo è la finta ingenuità con cui Povia ha affrontato la situazione. Sbaglio o l'atteggiamento è stato del tipo "Credevo di scrivere una canzone come le altre, non è colpa mia se ve la siete presa tanto"? Non c'è niente di più falso. Quando questi scrivono canzoni già sanno e prevedono quello che succede. Ogni verso è calibrato secondo i gusti e lo scopo principale è vendere dischi. Ma sentiamo l'altra dichiarazione di Povia: "Adesso sto scrivendo un brano su Eluana Englaro che vorrei presentare a Sanremo". Le bilance che misurano la quantità di polvere che verrà alzata e che si condenserà in denaro sonante sono già in funzione. Povia mi sta pure simpatico, ma i furbi non li sopporto.
Suggeritemi per favore un cantautore coerente che ancora è vivo, qualcuno che fa ancora la sua musica!
Scriviamo a "Chi l'ha visto".
Mettiamo un annuncio su "Porta Portese"

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giovedì 11 giugno 2009

Gassman a Ring, 1976. Una stupenda intervista.

C'è su youtube una filmato davvero eccezionale (link a fine articolo). Perderselo sarebbe davvero un peccato. Si tratta di una puntata del programma televisivo RING di Aldo Falivena andata in onda nel 1976. Il programma, come si capisce dal titolo, mette in mezzo un personaggio che subisce le domande dei giornalisti. La cosa interessante è che era una programma in diretta. La puntata che propongo mette al centro del ring il grande attore Vittorio Gassman che è chiamato a rispondere a domande che riguardano la crisi del cinema, i problemi del teatro, i problemi dell'attore, il divismo dell'attore e più direttamente la persona-Gassman.

Giudico questo filmato eccezionale sia perché mostra una televisione d'altri tempi, meno attenta allo spettacolo, più sobria e austera ma molto attenta verso i contenuti. I quella televisione le persone non si vergognavano della loro intelligenza. Gli argomenti trattati in questa puntata non troverebbero mai spazio nella nostra televisione, ormai ridotta a puro contenitore.

La puntata in questione è inoltre la testimonianza della grande cultura e intelligenza di uno dei più grandi uomini di teatro della nostra storia.

In particolare state attenti alla quinta parte in cui Gassman parla del mestiere dell'attore, un mestiere che inevitabilmente cambia la persona che lo esercita. E dice una cosa incredibile e sacrosanta sull'arte attoriale che può riassumersi così: in teatro anche la naturalezza è frutto di artificio, di sapiente costruzione tecnica, di composizione.

La puntata è divisa in cinque parti. Ecco il link della prima parte.

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domenica 7 giugno 2009

La chiesa in televisione.

La domenica mattina su rete quattro fanno vedere la messa in tv. A cosa serva non so bene. Ma non è questo il discorso. Questa domenica è toccato al paese in cui vivo: Atina, 4600 abitanti, 490 metri sul livello del mare, cap o3042, prefisso telefonico 0776, patrono San Marco Galileo, giorno di mercato lunedì. Secondo il sito del comune: "L’antica città è considerata, per la posizione privilegiata che domina la Valle ai confini con il Parco Nazionale d’Abruzzo e per l’eleganza dei suoi palazzi nobiliari e delle sue chiese, la perla della Valle di Comino."
Questa mattina quindi la messa è stata trasmessa dalla cattedrale di Atina.

Io non sono andato. Ho perso l'evento. Ho visto due minuti in tv però. Ma sono dovuto tornare in camera, stavo provando "La mauvaise reputation" di Brassens e diciamo che le due cose non andavano molto a braccetto (mi si consiglia "ab braccetto", è vero?).
Ma nel pomeriggio ho raccolto importanti testimonianze.

Alle nove e mezzo la chiesa era già strapiena, non c'era più posto. Gli ultimi posti erano in piedi. Ma si sa, in chiesa non c'è prevendita e si entra fino ad esaurimento posti.
La troupe si era preparata già dal venerdì, il paese in subbuglio, non si vedeva l'ora. Gente che non ha mai messo piede in chiesa ha fatto questo sacrificio pur di essere ripresa per qualche istante. Signore si aggiustavano la capigliatura per poi girarsi verso la telecamera, il cameramen si incazza, non si deve spezzare la naturalezza dell'evento.

Avevo quasi dimenticato: il parroco si è dilungato troppo e i tempi televisivi non lo consentono. Doveva durare un'ora e alle undici in punto il prete ha dovuto annunciare: "La messa è finita, andate in pace", mentre ancora si svilava per ricevere l'ostia.

Ora una domanda: secondo voi a che possono servire le telecamere in chiesa?

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lunedì 1 giugno 2009

La cantante Susan Boyle ricoverata in ospedale.

A causa della pressione e dello stress degli ultimi giorni, la cantante Susan Boyle si è sentita male ed è stata ricoverata d'urgenza alla clinica Priory di Londra. La difficoltà ad affrontare l'ondata di popolarità che l'ha travolta in questi ultimi tempi ha provocato una forte spossatezza ed è stato necessario il ricovero. Il suo caso è noto ormai dappertutto: si presentò ai provini dell'equivalente inglese del nostro "X-factor" e dopo essere stata oggetto di scherno da parte dei presentatori a causa della sua scarsa bellezza, ha sfoderato una voce straordinaria che ha fatto restare tutti di sasso. Susan Boyle incarna alla perfezione il sogno di poter sfondare grazie al proprio talento in un ambiente in cui l'aspetto fisico prevale. Io ho dei dubbi su questo e colgo l'occasione per esprimerli.

Brutta ma brava. Questa è la formula del successo di Susan Boyle (da questo momento i termini brutto e bruttezza non avranno valore negativo, servono per capirci e determinate i termini della questione). 

A me non fa piacere che sia così. Perché io nel sogno del talento che vince su tutto ci credo poco. Che Susan Boyle abbia talento è un fatto certo, la sua voce la possiamo ascoltare tutti. La mia domanda è: se fosse stata anche bella avrebbe avuto lo stesso successo? Se ci si pensa bene questa è una domanda che dovrebbe fare accapponare la pelle. Quando la televisione avrà finito di sfruttare la bellezza e quando le pulsioni sessuali dei maschi si saranno placate a causa dell'abitudine, fatto che renderà inutile la bella mostra di tette e culi, si butterà con l'avidità che le è propria sulla bruttezza. E un po' sta già accadendo (leggi questo post).

Mi raccomando: ora dimenticate Susan Boyle, il suo caso dal suo punto di vista resta un sogno realizzato (sempre che il successo in tv basti a coronare il successo di una vita e sempre che ciò le permetta di avviare una carriera decente che non brucia solo sotto i riflettori). Il suo caso è un punto di partenza.

Attenzione! Non deve far paura questo sfruttare la bruttezza. Che si sfrutti la bellezza o la bruttezza per questioni di ascolti  è assolutamente la stessa cosa. Ma è normale però: la televisione si basa su ricette vincenti in cui ingrediente principale è l'immagine.

Dal mio punto di vista la televisione non è un luogo ingenuo, in cui c'è spazio per i sentimenti e tanto meno per i sogni. Tutto è rigorosamente strutturato. E' una macchina infernale che funziona alla perfezione. E' un calderone che riesce a fagocitare tutto e tutti. Mi dispiace che la povera Susan Boyle ci sia finita dentro, perché il successo in televisione è sempre transitorio e quando ti abbandona e torni alla vita di sempre non ti resta più niente.

In televisione il talento non serve a niente perché puoi sfondare anche se non sai fare niente (leggi questo post).

Tornado a Susan Boyle, il suo caso è perfetto per la televisione. Il suo talento e la sua bruttezza camminano di pari passo. Sono una formula vincente che in effetti ha funzionato alla grande. Sono due ingredienti di una ricetta miracolosa che genera tanti soldi. Al suo successo è necessaria la sua bruttezza e questo secondo me è terribile. Bisognerebbe essere felici nel caso in cui una persona di talento non sia né bella, né brutta...ma in tv non funzionerebbe, non sarebbe un'immagine vincente.

La mia intenzione è soprattutto quella di stimolare uno "sguardo di traverso" rispetto alla televisione, uno sguardo sospettoso che ci evita di bere tutto ciò che ci propinano. 

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sabato 30 maggio 2009

Il sarcofago.

Il sarcofago  (The Sixteen-Millimeter Shrine) è il titolo del quarto episodio della serie tv americana Ai confini della realtà (The Twilight Zone). 

Una attrice che non riesce a rassegnarsi alla sua età avanzata passa le giornate chiusa nella sala di proiezione della sua villa e rivede i suoi vecchi film…

 

SCHEDA:

Sceneggiatura: Rod Serling.

Regia: Mitchell Leisen

Musiche di Franz Waxman.

Prima trasmissione: 23 ottobre 1959.

 

Attori:  Ida Lupino (Barbara Jean Trenton), Martin Balsam (Danny Weiss), Alice Frost (Sally),Tedde Corsia (Marty Sall), Jerome Cowan (Jerry Hearndan), John Clarke (Heardan nel film).

Mitchell Leisen (1898 – 1972) è stato un regista statunitense che iniziò a lavorare come costumista. Lavorò con DeMille, Walsh e Lubitsch. Iniziò a girare film nel 1933 e divenne importante nella direzione delle donne.

Ida Lupino (1918 – 1995) attrice londinese di rilievo ma anche una delle poche registe donna di grande importanza.

 

Martin Balsam (1919 – 1996) attore statunitense formato all’Actors Studio. Tra le sue interpretazioni ricordiamo quella di uno dei giudici popolari in La parola ai giurati di Lumet e il detective Arbogast in Psyco di Hitchcock.

Questo episodio segue una struttura scandita dallo sprofondamento nell’isolamento della protagonista, fino ad arrivare al colpo di scena finale in cui la realtà e il cinema si contaminano con un procedimento molto simile ma inverso a quello presente nel film La rosa purpurea del Cairo di Woody Allen, a sua volta omaggio a La palla n. 13 di Buster Keaton. Come il precedente episodio (Al Denton nel giorno del giudizio) non è tra i miei preferiti. Ci sono però notevoli invenzioni cinematografiche come la scena che ho riportato nell’immagine di questo post. L’immagine dell’attrice viene doppiata da quella sullo schermo con una compresenza tra passato e futuro e un presagio di ciò che accadrà. Ma ancora non vi ho detto cosa accade…

Trama (attenti! Viene riportata anche la fine dell’episodio!)

 

Barbara Jean Trenton è un’attrice ormai incamminata per il viale del tramonto. Non riesce ad accettare il tempo che passa e a considerare il suo passato di giovane attrice come ormai chiuso. Vive la maggior parte della sua giornata chiusa in una sala da proiezione domestica a rivedere i suoi vecchi film in cui appare giovane e bella. Si trova più a suo agio in quella realtà che nella vita di tutti giorni che gli ricorda giorno dopo giorno la sua età. Il suo atteggiamento desta la preoccupazione del suo agente e amico Danny Weiss che riesce a procurargli un provino credendo che le faccia bene. Ma quando le viene proposto un ruolo da madre lei rifiuta categoricamente ritenendosi molto offesa. È un grande colpo per lei e finisce per richiudersi ancora di più nel suo sarcofago. L’amico sempre più preoccupato le combina un incontro con l’attore che recitava nei suoi vecchi film, Jerry Hearndan. Lei è molto eccitata della notizia ma quando si trova di fronte un uomo che porta sul viso tutti i segni del tempo non accetta quella realtà. Lei credeva di incontrare il bel giovane con cui aveva girato le scene d’amore dei suoi film. La realtà è troppo crudele per lei. Il finale è ovvio: finisce per entrare nello schermo e perdersi (o forse ritrovarsi) nella realtà che tanto le mancava.

 

Appare a questo punto evidente il rapporto con il film di Woody Allen. In quel caso però l’attore usciva dallo schermo. I temi sono evidenti: la difficoltà di abbandonare un passato pieno di glorie e di fama e di accettare il normale scorrere del tempo. La protagonista è un  individuo il cui lavoro era fortemente legato alla sua immagine e il pensiero che quest’ultima debba andare via via verso il deperimento provoca una grande crisi e una pericolosa chiusura in un passato che ormai non è più.

La fuga nello schermo è una liberazione e un atto anarchico contro il naturale scorrere delle cose.

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giovedì 28 maggio 2009

Come funziona Blob di Enrico Ghezzi.

In un precedente articolo avevo espresso qualche considerazione sul programma tv Blob, in onda ogni sera alle 20 circa. Mi ero soffermato soprattutto sul montaggio. Ora vorrei aggiungere un  altro elemento che spero serva di aiuto all’interpretazione di questo programma, che ha ormai vent’anni. Cercherò di far capire come Blob usi fondamentalmente una tecnica vicina al teatro di Brecht.

Secondo Brecht il teatro deve mostrare il mondo nelle sue possibilità di essere cambiato, solo così si possono animare le coscienze delle persone. Se il mondo viene invece considerato immutabile automaticamente le coscienze si assopiscono. Per servire questo scopo Brecht diede vita ad una nuova forma di teatro che si basava sulla tecnica dello straniamento

Proponendomi in futuro di trattare nello specifico l’argomento, mi limito a dire che questa tecnica si contrappone fortemente all’immedesimazione. Si intende l’immedesimazione dello spettatore in ciò che vede. Nel teatro tradizionale tutto tende a immergere lo spettatore nell’illusione. Tutto ciò che è finto e che suggerisce la teatralità e la falsità dell’evento viene occultato. Per Brecht questo atteggiamento spinge il pubblico verso l’inattività perché mostra le vicende come normali, naturali, ovvie e abituali. Brecht invece è nemico dell’abitudine, vera causa dell’inerzia della coscienza. Il mondo deve essere trattato come eccezionale. Solo stupendosi di un evento si può sperare di cambiare le cose.

Un esempio pratico che ci riguarda: se non ci stupiamo più che un uomo non paghi le tasse (e da quanto ormai non ce ne stupiamo più!), l’evasione fiscale diventa un fatto normale (e ormai lo è), la coscienza si abitua e non si attiva più per combatterlo.

Ciò va applicato alla scienza e all’arte. Può uno scienziato non stupirsi di ciò che avviene in natura? Se Galileo avesse considerato normale la Luna e si sarebbe abituato ad essa, avrebbe scoperto ciò che ha scoperto? Lo stesso vale per l’artista: può l’artista abituarsi al reale?

Questa stessa tecnica viene quotidianamente applicata da blob. Quando mostra veline che ballano, tette e culi che abbondano, scene patetiche di dibattiti politici e il trash del trash della tv, non lo fa semplicemente per farci ridere. Ma toglie le immagini da un contesto nel quale siamo abituati a vederle nella loro assurdità, tanto che ormai le consideriamo la norma, e le pone nei suoi venti minuti di durata per far esaltare la loro eccezionalità

Se ci pare normale vedere a Porta a Porta due politici che litigano, se ci pare normale vedere donne che ballano nude (non sono bigotto ma la considero una vergognosa mercificazione del corpo della donna), se ci pare normale vedere donne che litigano per un uomo davanti ad una Maria De Filippi buttata a terra in un paio di jeans di sua nipote, se ci sembra normale che la tv faccia i soldi sui freaks come accadeva nei baracconi ottocenteschi (leggi il precedente articolo)…se tutto questo nel loro contesto ci pare normale, visto nei venti minuti di Blob ci pare invece eccezionale e possiamo dire: “Ma guarda un po’ che si deve vedere…”.

In questo senso il lavoro di Blob è molto più importante di quanto sembri a prima vista perché combatte quotidianamente contro l’abitudine che dovrebbe essere considerato davvero come il male dei mali in assoluto (dopo le poesie di Sandro Bondi ovviamente).

Leggi anche:

Blob, il fluido mortale e i vent’anni del Blob della Rai.

“Lo Show dei record” e “Ti lascio una canzone”, i mostri della televisione.

La differenza tra acrobati e freaks. E poi i tronisti...

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mercoledì 27 maggio 2009

“Lo Show dei record” e “Ti lascio una canzone”, i mostri della televisione.

In uno dei primissimi articoli di questo blog avevo analizzato la differenza tra gli acrobati e i fenomeni da baraccone per alludere all’idea di un parallelo con i tronisti della nostra cara tv. Con questo articolo voglio rincarare la dose e portare altri due evidenti esempi di questo fenomeno. Si tratta dei due programmi di intrattenimento “Lo show dei record” (Canale 5) e “Ti lascio una canzone” (Rai Uno). Perché parlarne? Perché in entrambi i casi la tecnica di base è quella dello sfruttamento dei freaks, dei fenomeni da baraccone, delle strane figure che comparivano nei circhi e che erano fonte di grande attrazione.

Napoli, seconda metà dell’Ottocento. La città era strapiena di bugigattoli in cui si faceva teatro e molti programmi teatrali dell’epoca promettevano attrazioni incredibili: in Largo delle Pigne numero 42, nell'Aprile del 1865, si prometteva l'esibizione di una giovane diciottenne siciliana nata senza le braccia; in via Toledo numero 27, era possibile ammirare una donna con una barba di ventiquattro centimetri. Questi sono solo un paio di esempi del fenomeno dei freaks (il cui principio di base l’ho spiegato nell’articolo citato prima). Ci sono evidenti paralleli con il due programmi televisivi che sono l’oggetto di questo articolo.

Basta andare sul sito ufficiale de “Lo show dei record” per rendersi conto dell’offerta. È sufficiente leggere il titolo delle performance di “rilievo”: Lancio del peso eseguito con i muscoli addominali; Attaccarsi sulla faccia il maggior numero di mollette per panni; Piantare il maggior numero di chiodi nel minor tempo possibile usando come martello la propria mano; Rutto della durata maggiore o della maggior durata; Solleva 25Kg con una spada infilata nell'esofago; Maggior numero di salti eseguiti con la tecnica flikflak; Sferrare il maggior numero di calci con una gamba sola…mi fermo alla prima pagina.

Ovviamente con il top raggiunto dall’uomo più alto e l’uomo più basso del mondo.

Questo programma ci costringe a restare incollati davanti alla televisione a seguire queste performance che definirle inutili è il minimo. Però riflettere su questa inutilità può essere utile. Cosa spinge l’uomo a compiere queste nefandezze? Si può ottenere giusta gloria infilandosi centinaia di mutande bianche? È un limite da abbattere quello del numero delle mollette che un viso umano può sopportare? L’aggiunta di una molletta è un passo avanti per l’umanità?

O per caso è il bisogno intestinale di un quarto d’ora di celebrità?

Si farebbe di tutto per andare i televisione.

L’altro programma è “Ti lascio una canzone”, che è anche peggio perché più subdolo. Dietro la falsa intenzione di proporre talenti ci vengono somministrati dei mostri. Pensate un po’: dei bambini con voci alla Caruso, che cantano canzoni da vecchi, vestiti da vecchi e aizzati da genitori con gli occhi che brillano. Se questi non sono freaks! A me quei bambini fanno davvero pena. Anche Mozart veniva esposto dal padre come un prodigio, il che è molto vicino al freaks, ma sono quasi certo che pochi di questi bambini diventeranno musicisti importanti. La loro carriera dura pochi minuti perché inserita nell’economia di uno spettacolo che deve meravigliare per un paio d’ore. 

Leggi anche:

La differenza tra acrobati e Freaks. E poi i tronisti...

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martedì 26 maggio 2009

Al Denton nel giorno del giudizio.

Al Denton nel giorno del giudizio  (Mr. Denton on Doomsday) è il titolo del terzo episodio della serie tv americana Ai confini della realtà (The Twilight Zone). 

Un ex pistolero ubriacone viene continuamente preso in giro e umiliato da un gruppo di cowboy gradassi…


SCHEDA:

Sceneggiatura: Rod Serling.

Regia: Allen Reisner.

Prima trasmissione: 9 ottobre 1959.

 

Attori: Dan Duryea (Al Denton), Martin Landau (Hotaling), Doug McClure (Pete Grant), Malcom Atterbury (Henry J. Fate), Jeanne Cooper (Liz), Ken Lynch (Charlie) e con Arthur Batanides, Robert Burton, Bill Erwin.

Di Allen Reisner (1924 – 2004) ci può interessare sapere che ha girato cinque episodi del telefilm “La signora in giallo”.

Dan Duryea (1907 – 1968) è stato un attore americano di provenienza teatrale. Esordì nel cinema nel 1941 e recitò in pellicole di Fritz Lang, Robert Siodmak, Howard Hawks e anche in Un fiume di dollari di Carlo Lizzani.

Martin Landau (1931 - )è un importante attore newyorkese proveniente dalle file dell’Actors Studio. Ha recitato in Intrigo Internazionale di Hitchcock, nel telefilm Spazio 1999 e di recente ha impersonato Bela Lugosi in Ed Wood di Tim Burton.

Anche in questo episodio manca il tipico colpo di scena finale. Il personaggio viene presentato nella sua condizione normale, entro i confini della realtà, e l’incontro con l’ignoto si limita alla comparsa di una pistola ed ad uno strano individuo che vende delle pozioni magiche. Personalmente non ritengo questo episodio tra i migliori della serie.


Trama (attenti! Viene riportata anche la fine dell’episodio!)

Siamo nel far west. Al Denton ci sapeva fare con la pistola ma ora non è altro che un povero ubriacone che si fa umiliare in continuazione in cambio di un bicchiere. Dopo l’ennesima umiliazione Al Denton si butta a terra in preda alla disperazione nel considerare la sua condizione ma non si sa come compare una pistola vicino a lui. È stato Henry J.Fate a farla comparire. Questo ambiguo personaggio è un venditore ambulante di utensili rarità e …pozioni magiche. Al Denton si vede indirizzato sulla via di ritornare un uomo rispettato e grazie alla pistola diventa di nuovo il cowboy di un tempo. Ma come allora la sua fama attira pistoleri che vogliono sfidarlo. Ma questa volta sa che sarà lui a cadere ucciso. Ma Henry J.Fate interviene con una delle sue pozioni magiche che migliorano le capacità dell’uomo di maneggiare la pistola. Poco prima del duello Al Denton ingoia la pozione ma si accorge che anche lo sfidante l’ha fatto. Entrambi esplodono il colpo e entrambi vengono feriti alla mano. Nessuno dei due potrà più usare la pistola. “Meno male” pensa Al Denton.

Sia dal punto di vista della sceneggiatura che della regia questo episodio non mi ha appassionato molto. Posso dare un giudizio molto positivo però all’interpretazione di Dan Duryea, davvero molto bravo. In effetti la bravura degli interpreti è quasi una costante nella serie tv Ai confini della realtà.

In un altro caso il protagonista è disperato a causa dell’alcool, si tratta del trentaduesimo episodio, Una tromba d’oro.

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