mercoledì 19 dicembre 2012
Il Lavoro della spalla comica
mercoledì 5 dicembre 2012
Al Pacino su Iris
Il blog riprende vita. Una decisione improvvisa. La Casa Stregata riprende ad essere ospitata dai suoi fantasmi, delle sue ombre. Sono passati due anni dall'ultimo post e molte cose sono cambiate, sicuramente cambierà anche l'approccio. Abbiamo parlato di Regia Teatrale, di Cinema, di Musica, abbiamo incontrato Stanislavskij, Raffaele Viviani, Mejerchol'd e tanti altri. Riprendiamo da dove abbiamo lasciato, verso strade nuove e forse anche più personali, più dissacratorie, meno istituzionali. O forse no. L'importante è riprendere. E ho intenzione di riprendere con una sorta di informazione di servizio: su Iris, canale dedicato interamente alla settima Arte, ogni Lunedì in prima e in seconda serata, stanno passando grandi film con Al Pacino, per la serie Actor Studio.mercoledì 29 luglio 2009
"Into The Wild", "Grizzly Man" e "I diari della motocicletta".
I tre film che ho indicato nel titolo gli ho visti di recente e offrono riflessioni sul tema del viaggio, della fuga dalla società e della solitudine come scelta di vita. Molti di voi gli avranno visti, si tratta di film usciti di recente con un’ampia diffusione. I film sono: Into the Wild, Grizzly Man e I diari della motocicletta. Son tre film che hanno in comune il fatto di essere basati su vicende e persone realmente esistite, che pongono la natura e le sue manifestazioni quasi come personaggio a sé, determinante nella riuscita e nella bellezza della pellicola. Tre film che rendono a pieno se visti al cinema, con schermi molto grandi (varrebbe per tutti i film, ma in questi in particolare).
Più che parlare dei film parlerò delle vicende rappresentate, delle scelte che i personaggi hanno compiuto e di ciò che possono significare per noi.
Into The Wild è la ricostruzione della storia di Christopher Johnson McCandless, conosciuto anche come Alexander Supertramp. La sua è la storia di un viaggio durato due anni, tra gli Stati Uniti e il Messico del Nord e finito tragicamente nel 1992 in Alaska.
Grizzly Man è un documentario basato sulle 100 ore di riprese che Timothy Treadwell ha eseguito durante le tredici estati trascorse tra gli orsi Grizzly dell’Alaska. La sua storia finisce nel 2003, quando viene sbranato da un orso.
I diari della motocicletta è la ricostruzione del celebre viaggio nell’America del Sud intrapreso dal giovane Ernesto “Che” Guevara e dall’amico Alberto Granado.
Grizzly Man e Into The Wild sono molto più vicini tra di loro rispetto a I diari della motocicletta. Hanno innanzitutto in comune l’ambientazione: la magica Alaska. Poi la fine tragica dei protagonisti. Il primo è però un documentario, il secondo una ricostruzione. Into The Wild ha invece in comune con I diari della motocicletta il tema del viaggio “on the road”, aspetto che in Grizzly Man è molto più attenuato.
Quello che più mi ha interessato è il fatto che tutti e tre i film presentano scelte di vita radicali, gesti esemplari e ricchi di senso. La scelta di Chris McCandless è quella di isolarsi dal mondo civile, fatto di bisogni per lui fin troppo esteriori da poter essere messi al primo posto nella sua scala delle priorità. Sceglie di andarsene, di mettersi in viaggio e stabilirsi in un luogo isolato e ostile. Timothy Treadwell compie la stessa scelta: per un periodo dell’anno taglia i ponti con il mondo e va a vivere solo con gli orsi (poi in realtà lo seguirà la sua compagna, che morirà con lui). Ernesto Guevara e Alberto Granado partono per un lungo viaggio a bordo di una motocicletta scassata. Si abbandona la propria terra per inoltrarsi nell’ignoto di un’esperienza che segna profondamente e che è carica di un alone direi mistico. Come non pensare a San Francesco quando McCandles si spoglia di tutti i suoi averi e dona i suoi 24.000 dollari di risparmi all’Oxfam International. Treadwell tenta di stabilire un rapporto del tutto inedito con la natura e gli orsi, vorrebbe essere uno di loro e alla fine viene divorato e questa morte ha il senso di un sacrificio, di un rito.
Esperienze di viaggio del genere sono completamente diverse da come siamo abituati ora a viaggiare: andiamo all’aeroporto per prendere un aereo che ci porta direttamente da un punto A a un punto B del globo terrestre. Dopo aver visitato il punto B seguendo gli itinerari turistici riprendiamo l’aereo per tornare nel punto A e molestare parenti e amici con le foto della gita (non chiamiamola viaggio). C’è poi il particolare delle cartoline che arrivano dopo il corpo di chi le ha spedite, sono totalmente inutili.
Per Ernesto Guevara la lettera era l’unico modo per comunicare con la famiglia. Il viaggio “on the road” è di tutt’altra natura. Si lotta per sopravvivere in un continuo sprezzo per la salvaguardia del proprio corpo. La meta da raggiungere è ad ogni passo, ad ogni palmo di terra calpestato. La meta è nel tragitto.
Un altro aspetto fondamentale è la scelta della solitudine. McCandless non cerca un compagno di viaggio. Taglia completamente i ponti con gli amici e la famiglia. Stringe solo brevi e intense amicizie con chi incontra per strada. La sua vita è nel viaggio. Treadwell è solo con gli orsi…come a voler suggerire che quelle bestie feroci sono migliori degli uomini.
Scelte di vita del genere e viaggi del genere erano frequenti in passato, basti pensare alla generazione beat e a Kerouac. Per non parlare dei viaggi incredibili dei naturalisti dell’800, Darwin primo fra tutti.
Ora sono pochi capaci di imprese simili. Il viaggio deve essere comodo. Vorrei ricordare che esistono dei treppiedi che ti reggono la busta dell’immondizia quando sei in campeggio…non si fa prima a starsene a casa?
domenica 28 giugno 2009
La pernacchia di Eduardo De Filippo.
giovedì 4 giugno 2009
La monaca di Monza: un film, un libro, una storia vera.
La vicenda della monaca di Monza, resa famosa da Alessandro Manzoni ne I promessi sposi, è stato oggetto anche di un film del 1969 di Eriprando Visconti, La monaca di Monza - Una storia lombarda. Alla base delle due opere c'è un fatto storico: un enorme scandalo che sconvolse la città di Monza agli inizi del 1600. Una storia atroce di un amore impossibile che provocò l'uccisione di una giovane conversa, una suora e uno speziale. In questo articolo tratterò la vicenda della monaca di Monza sotto il triplice aspetto storico, cinematografico e letterario.
Breve riassunto della storia della monaca di Monza.
Da punto di vista storico la vicenda è stata trattata in modo più fedele dal film La monaca di Monza - Una storia lombarda che da Manzoni ne I promessi sposi, ma approfondiremo questo aspetto successivamente.
Quella che nel capolavoro di Alessandro Manzoni è conosciuta con il nome di Gertrude fu in realtà Marianna De Leyva, figlia del conte di Monza. Apparteneva quindi ad una delle famiglie più importanti della città. Fu costretta dal padre a farsi suora nel 1591, all'età di sedici anni. Prese il nome di suor Virginia. Ciò avvenne a causa del maggiorascato, ossia del diritto totale di eredità in favore del figlio maschio maggiore. A causa delle sue origini nobiliari veniva chiamata "La Signora" e divenne presto maestra delle educande.
Ciò che portò allo scandalo fu la sua celebre relazione con Gianpaolo Osio (Egidio in Manzoni), un nobile sventato la cui casa confinava con il convento. Dallo loro relazione nacquero anche due figli, un maschio nato però morto e una femminuccia. I loro numerosi incontri erano coperti dalla complicità di due suore, Ottavia e Benedetta. La vicenda prese la terribile piega nel 1606 quando una giovane conversa, Caterina Cassini, minacciò di dire tutto. Fu uccisa da Gianpaolo Osio con la complicità di Marianna e le altre due suore. Lo stesso Osio si rese colpevole dell'uccisione Raniero Roncino nel 1607. Ormai era difficile tenere segreta la storia e suor Virginia fu trasferita a Milano. Gianpaolo Osio fuggì con le due suore e ne uccise una affogandola, Ottavia. tentò anche di uccidere Benedetta buttandola in un pozzo ma si salvò è raccontò tutto. Ormai sulla testa di Gianpaolo Osio pendeva una taglia, vivo o morto. Fu infatti decapitato da un presunto amico per riscattare il compenso.
Suor Virginia fu arrestata il 15 Novembre 1607 e fu condannata all'isolamento a vita in una cella di un metro e ottanta per tre, senza finestre e con la porta murata. Nei primi tempi ebbe attacchi di nervi e violenza, tentò anche il suicidio. Poi però trasformo la sua pena in esercizio di redenzione e nel 1622 le fu condonata la pena e tornò alla sua vita religiosa nel convento di S. Valeria.
Il film La monaca di Monza - Una storia lombarda di Eriprando Visconti.
Il film girato da E. Visconti nel 1969 è una ricostruzione fedele alla storia della vicenda della monaca di Monza. Il cartello iniziale dopo la citazione di un versetto di Luca "è impossibile che non avvengano scandali; ma guai a colui per il quale avvengano" informa che il film è basato sugli Atti del Processo che si è svolto a Milano nel 1608. Osserviamo quindi che questo film si pone da subito come una trattazione storica che utilizza le fonti dirette per ricostruire la vicenda. Si può intravedere la pretesa di oggettività di un'operazione scientifica. Uno spettatore che si avvicina al film credendo di assistere ad una versione cinematografica de I promessi sposi troverà quindi le sue aspettative deluse perché la vicenda storica effettiva ha diverse varianti rispetto a quella narrata da Manzoni. Però potrà fruire di un'opera molto utile per avere un'idea precisa della storia come accadde realmente.
Vediamo gli attori principali:
Questo film è particolarmente attento alla descrizione della vita lussuriosa che veniva condotta nei conventi del tempo. Preti che avevano rapporti carnali con le suore e un fitto intrigo di gelosie, invidie e rapporti di potere.
In definitiva, pur non essendo un'opera d'arte, è comunque un film utile a stimolare l'interesse verso la vicenda e nel caso più positivo alla lettura (per molti rilettura piacevole e non forzata) di uno dei più grandi capolavori della letteratura.
Promessi sposi, la monaca di Monza secondo Alessandro Manzoni.
Come è noto esiste una versione antecedente la pubblicazione del famoso capolavoro di Alessandro Manzoni, I promessi sposi. Questa prima stesura porta il nome dei due protagonisti, Fermo Spolino e Lucia Zarella. Il titolo è infatti Fermo e Lucia. Si tratta di una stesura ben più ampia del romanzo che i ragazzi leggono controvoglia sui banchi di scuola. Diviso in quattro tomi verrà poi notevolmente asciugato e reso più compatto nella stesura definitiva. Il secondo tomo del Fermo e Lucia è occupato nella maggior parte dalla vicenda della monaca di Monza.
La vicenda narrata si discosta per diversi aspetti dal reale fatto storico. Alessandro Manzoni si basò sulle notizie tratte da Ripamonti che fu il primo a scrivere delle vicende di Marianna de Leyva.
La prima cosa da sottolineare è che Alessandro Manzoni spostò i fatti avanti nel tempo di una ventina d'anni. I promessi sposi si svolgono in un periodo di tempo che va dal 1623 al 1630.
Quella di Manzoni è soprattutto la storia di una ragazza costretta a chiudersi in convento contro la sua indole appassionata e mondana. Ma ciò non avvenne attraverso un esplicito atto di violenza ma attraverso una sottile trama che coinvolse la bambina fin da piccola. Tutto veniva gestito come se fosse naturale che la piccola dovesse andare in convento. Manzoni è particolarmente abile nello scandire tutte le tappe dello sprofondamento della giovane verso le mura aride del convento ed è davvero geniale nel riportare le arti grazie alle quali la famiglia di Gertrude riuscì nel suo intento.
La relazione con Gianpaolo Osio, che Manzoni chiamerà Egidio, viene appena accennata come per pudore nei riguardi della protagonista.
Dopo i terribili eventi La Signora accoglie Lucia promettendole il suo aiuto, ma finisce per tradirla perché Don Rodrigo si avvale dell'aiuto del potente signorotto locale (l'innominato), che a sua volta affida il compito di rapire Lucia proprio a Egidio che forte della relazione con Gertrude, riuscirà a corromperla.
Questo articolo vuole soprattutto riproporre a coloro i quali siano usciti disgustati dalla lettura scolastica de I promessi sposi, una straordinaria lettura che, libera dalle forzature di un compito liceale, porterà un piacere assicurato.
Continua a leggere e lascia un commento...giovedì 21 maggio 2009
American Psyco, un libro e un film.
Con questo articolo inauguro una nuova costola di questo blog che riguarderà il rapporto tra cinema e letteratura con l’unica regola di non fare mai l’odiosa e inutile domanda “meglio il libro o il film?”. Cinema e letteratura sono due linguaggi diversi e ognuno deve essere preso nella loro specificità. A quella fastidiosa domanda si risponde il più delle volte “no, il libro è meglio”, un po’ per ignoranza dovuta alla scarsità dell’alfabetizzazione cinematografica, che spinge di solito a giudicare un film proprio per le sue qualità letterarie (il soggetto, la trama, le emozioni che suscita), senza tener conto delle specifiche qualità cinematografiche.
Un altro motivo è che la letteratura è avvolta da un assurdo alone di cultura alta mentre il cinema è considerato di più scarso livello. La letteratura è cultura, il cinema è divertimento. Quindi in genere sembra un sacrilegio che un film possa essere di maggiore qualità di un libro e se si dovesse scegliere tra il non comprendere un libro e il non comprendere un film si sceglie per la seconda opzione e si preferisce propendere per la letteratura per non essere tacciati di ignoranza. In effetti capire un film è altrettanto difficile che capire un buon libro. Gli addetti ai lavori riescono a farlo perché attraverso una mutazione genetica del loro apparato sensoriale riescono a raffreddare le emozioni e giudicare un’opera dopo un’analisi con la lente di ingrandimento (gli studiosi e i critici sono un po’ dei mostri in effetti). Quante volte un film bene accolto dalla critica viene stroncato al botteghino? Chi dice la verità? La mente o le “buie viscere”?
Posto quindi che la letteratura e il cinema sono allo stesso livello in quanto sono entrambi mezzi di comunicazione, accingiamoci a compiere il primo passo del nostro percorso liberi da ogni pregiudizio e con l’atto di coraggio di non considerare la letteratura come l’arte per eccellenza.
Per questo primo articolo ho deciso di prendere in considerazione un argomento che in realtà tocca tre aspetti: letteratura, cinema e musica. Si tratta del romanzo American Psyco di Breat Easton Ellis e l’omonimo film di Mary Harron con un monologo sui Genesis (Clicca il link a fine articolo per vedere il video).
Comincio col dire che Breat Easton Ellis è l’autore di un vero e proprio capolavoro Lunar Park, chi non l’ha letto si procuri subito una copia (la rubi in biblioteca) e lo divori in un sol boccone.
Ma anche American Psyco è in un ottimo romanzo. Non c’è una trama ben definita. Si tratta del racconto di un tratto della vita di Patrick Bateman, ventisette anni, un lavoro da 150.000 dollari l’anno a Wall Street, bello, maniaco della cura del corpo e dell’immagine in tutti i sensi. I valori in cui crede sono avere il migliore impianto stereo, il biglietto da visita più chic e i vestiti di maggior gusto. La sua vita è fatta di soldi, sesso e droga. Un’icona degli anni ottanta. Ma sotto questa apparenza di vita patinata, in cui a far da padroni sono i muscoli ben tonici e lucidi, si agitano le atroci perversioni di Patrick Bateman. “Il ragazzo della porta accanto”, così viene presentato, si macchia di incredibili omicidi e di orride torture.
Il film America Psyco è un ottima trasposizione proprio perché attraverso le immagini è riuscito in maniera efficace a esprimere la follia di Patrick Bateman, anche nei momenti della sua vita quotidiana. Durante i dialoghi e i momenti di pace mentale (cioè nei momenti in cui Bateman non si diverte a fresare la laringe di una sua vittima) si agitano comunque nel sottosuolo i germi della follia. Viene espressa al meglio l’idea di una forma di isteria repressa che deve quasi necessariamente esplodere in momenti di inaudita violenza. E ciò non viene narrato ma suggerito con la macchina da presa. Ecco un esempio in cui un medium usa i proprio mezzi e il proprio linguaggio per suggerire un’idea. C’è poi da aggiungere l’ottima interpretazione di Christian Bale.
Per quanto riguarda la musica il film riporta i monologhi sui propri gusti musicali di Patrick Bateman. E qui c’è una grande trovata di Ellis perché questi monologhi riescono meglio di altro a esprimere nel profondo il personaggio di Bateman. In particolare mi riferisco al monologo sui Genesis. E’ noto che la carriera dei Genesis si divide in un’era Gabriel e una Collins. Con Gabriel i Genesis sono un’icona del genere rock progressivo, con melodie e strutture armoniche molto complesse e articolate tipiche del genere. Dopo Gabriel con Collins i Genesis sono diventati un gruppo pop. Bateman favorisce l’era Collins e ciò spiega al meglio il suo carattere. Per capire meglio propongo la visione del brano del film che riporta questo monologo (clicca qui).
Continua a leggere e lascia un commento...domenica 17 maggio 2009
"Ai confini della realtà", serie tv americana.
Ai confini della realtà è il titolo italiano della serie tv americana The Twilight Zone. Anche questo caso si inserisce nel percorso tematico di cui ho parlato nel recente articolo su Il seme della follia di Carpenter. (per maggiori informazioni è necessario leggere il primo articolo della serie: "Vanilla Sky" di Cameron Crowe: sogno o realtà?). Si tratta secondo me di uno raro esempio di qualità televisiva. La prima serie di Ai confini della realtà andò in onda tra il 1959 e il 1964 e poi ci furono altre due serie una tra il 1985 e il 1989 e l’ultima tra il 2002 e il 2003. Si tratta di una serie tv che indagava gli aspetti più filosofici della vita e stimolava la riflessione attraverso un linguaggio più vicino al cinema e di grande qualità artistica. Vale sicuramente la pena dare un’occhiata a qualcuno dei 156 episodi di Ai confini della realtà, per poi decidere di vederli tutti.
L’ideatore della serie fu Rod Serling ed ogni episodio della prima serie (la serie classica) era introdotto dalla sua voce con le seguenti parole: « C'è una quinta dimensione, oltre a quelle che l'uomo già conosce. È senza limiti come l'infinito, e senza tempo come l'eternità: è la regione intermedia tra la luce e l'oscurità, tra la scienza e la superstizione, tra l'oscuro baratro dell'ignoto e le vette luminose del sapere. È la regione dell'immaginazione, una regione che si trova ai confini della realtà. »
Rod Sterling era l’unica figura fissa della serie perché ogni episodio raccontava una storia unica e con personaggi sempre diversi. La sua voce introduceva una personaggio normale, della vita di tutti i giorni, che ad un certo punto si trovava improvvisamente a contatto con l’ignoto, con il confine della realtà, con la zona d’ombra e quasi sempre la vicenda era risolta con un colpo di scena finale che svelava il mistero e ribaltava il punto di vista dello spettatore. Sembra quindi quasi un sacrilegio raccontare la trama di uno qualsiasi tra gli episodi, proprio perché la sceneggiatura si affidava molto al colpo di scena finale. Ma in generale si può affermare che ogni episodio poneva delle domande e portava lo spettatore a riflettere sui più disparati aspetti della vita.
Proprio per questo ogni volta che parlerò di un episodio della serie cercherò soprattutto di basarmi sulle domande poste, senza svelare del tutto la trama.
Ho già detto che Ai confini della realtà è un prodotto televisivo di qualità e qui lo ripeto per aggiungere che era anche molto costoso e spesso rischiò di chiudere i battenti. Ma ebbe molto successo ed è stato oggetto di numerose parodie e citazioni (vedi la voce relativa su wikipedia). Mi interessa soprattutto citare il programma tv italiano “Avanzi” che proponeva una rubrica dal titolo Ai confini della decenza, in cui venivano criticati casi di malaffare nella vita politica e giudiziaria italiana.
Per un elenco completo degli episodi, con tanto di data di trasmissione, lo potete trovare qui.
Leggi anche
"eXsistenZ" di David Cronenberg, realtà o videogame?
"Vanilla Sky" di Cameron Crowe: sogno o realtà?
venerdì 15 maggio 2009
Il seme della follia di John Carpenter.
Il seme della follia è un film horror del 1994 di John Carpenter. Ne parlo perché si inserisce nella tematica della confusione tra realtà e finzione che è stato il filo rosso di una serie di film che ho trattato in precedenza (alla fine dell’articolo ci sono i link ai rispettivi articoli). Quindi aggiungiamo un tassello al nostro percorso cinematografico con un film molto intelligente che attraverso il genere horror, caro a John Carpenter, propone inquietanti interrogativi a proposito della società in cui viviamo, sempre più dipendente dallo spettacolo. Vi è inoltre una interessante riflessione sulla pazzia.
Il protagonista del film Il seme della follia (tradotto male, in inglese sarebbe In the Mouth of Madness) è il detective Trent (Sam Neill), specializzato nello scovare le truffe ai danni delle assicurazioni. Trent viene incaricato di scoprire che fine abbia fatto lo scrittore Sutter Cane, autore di grande successo (vende più di King) che scrive romanzi horror che fanno letteralmente impazzire i lettori. Si pensa che la scomparsa di Sutter Cane non sia altro che una trovata pubblicitaria per la promozione del prossimo romanzo. Il detective Trent si trova cosi in una sconosciuta cittadina, Hobb’s End. In breve si trova a vivere in una vera e propria storia horror da cui sembra impossibile fuggire, o un incubo da cui è impossibile svegliarsi. Si tratta infatti del romanzo di Sutter Cane che è diventato realtà.
Ma tutto accade nella mente di Trent che come tutti i lettori del romanzo sono stati contagiati e impazziti vanno in giro ad ammazzare il prossimo, fino probabilmente all’autodistruzione.
Questo film si presenta quindi come una grande critica alla società dello spettacolo perché come dice lo stesso Sutter Cane, la sua intenzione è di “far sì che la gente perda il senso di cosa sia la realtà e cosa l'irrealtà”. Infatti a causa della lettura dei suoi romanzi la gente comincia a comportarsi come se fosse protagonista di un film dell’orrore e imbracciando un’ascia inizia a fare a fette chi si trova davanti. La realtà si confonde con la fantasia in un apocalittico progetto di distruzione dell’umanità.
Se si fa una semplice considerazione, Il seme della follia non è poi tanto lontano dal mondo in cui viviamo: se un individuo passasse gran tempo della sua giornata davanti ad una tv, la realtà proposta sarebbe a tutti gli effetti quella vissuta e il confine che la separa da quella che comunemente prendiamo per vera, si assottiglierebbe fino a scomparire. Cosa accadrebbe se tutto il vissuto di una persona si svolgesse attraverso i media? Non è impossibile perché si può lavorare via internet, si può fare la spesa via internet, si può noleggiare un film, fare incontri… a questo punto credo di poter affermare che quando abbiamo un qualsiasi contatto fisico con una persona possiamo dirci: “Questa è realtà”.
Leggi anche:
"eXsistenZ" di David Cronenberg, realtà o videogame?
"Vanilla Sky" di Cameron Crowe: sogno o realtà?
martedì 12 maggio 2009
La nascita del cinema erotico. I nudi femminili di Johann Schwarzer.
Sono passati da poco appena dieci anni dalla nascita del cinema ed ecco che già se ne trae occasione per stimolare la curiosità del pubblico mostrando donne nude. Tra il 1906 e il 1910 sono stati girati i primi film erotici della storia del cinema. Ho trovato quattro brevi documenti che testimoniano questo esordio e gli ho pubblicati nella sezione video di questo blog. Ovviamente verranno debitamente linkati in questo articolo. L’autore di questi brevi filmati è Johann Schwarzer, fotografo viennese.
Johann Schwarzer era un fotografo che ritraeva bambini e gruppi famigliari, ma anche nudi femminili e nel 1906 intuisce che il cinema può essere un ottimo mezzo economico se sfrutta il versante erotico. Fonda così la Saturn e realizza fino al 1910 diverse pellicole che hanno come principale oggetto dei nudi femminili.
Queste pellicole si affermano subito e iniziano a circolare fuori dai confini Austriaci, conquistando il mercato europeo, Statunitense e Giapponese. Ma attirano anche molte polemiche e furiose proteste: il suo studio viene perquisito e le pellicole distrutte. Johann Schwarzer riprende il mestiere di fotografo per poi morire in guerra nel 1914.
Alcune di quelle pellicole si sono salvate e rappresentano documenti un po’ buffi se paragonate alle immagini che scorrono liberamente ogni giorno nelle nostre televisioni. Questi filmati mostrano per lo più il lato giocoso e birichino della sessualità. L’uomo è sempre rigorosamente vestito e solo le donne mostrano le loro naturali bellezze.
Continua a leggere e lascia un commento...venerdì 8 maggio 2009
Il nuovo film Star Trek.
Oggi esce nelle sale italiane Star Trek di J.J. Abrams, regista e sceneggiatore delle serie televisive Lost e Alias e del film Mission: Impossibile 3. Il film fa rivivere sul grande schermo personaggi e ambientazioni che sono diventate un mito per generazioni e generazioni di fan. La saga fantascientifica di Star Trek ha avuto un’ampissima fortuna nel corso della sua storia: sei serie televisive e dieci pellicole cinematografiche (questa del 2009 sarebbe quindi l’undicesima). A partire dalla prima serie del 1966 ideata da Gene Roddenberry, la saga Star Trek ha avuto un grandissimo successo ed è diventata vera e propria icona pop. Ma è la stessa cosa per il pubblico del XXI secolo?
Liveplayer - webtv gratuita. 170 canali TV e 800 stazioni radio.
La prima cosa da sottolineare è che non si tratta di un sequel, ma di una sorta di ritorno alle origini. Al centro della vicenda sono posti i due personaggi-simbolo di Star Trek, il capitano Kirk e Spock, catturati però nella loro giovinezza, al tempo del loro primo viaggio sull’Enterprise.
Il film è indirizzato sia al nuovo pubblico, soprattutto i giovani cresciuti davanti alle serie tv, ma strizza anche l’occhio alle vecchie leve, ai fan più maniacali che sono pronti a sottolineare la minima variazione all’originale.
Infatti l’operazione è stata quella di trasferire energie dal piccolo al grande schermo: sia per quanto riguarda il regista (Lost e Alias) ma anche per l’uso di attori ancora poco famosi ma che sono apparsi in serie tv. Zachary Quinto per esempio, dalla serie Heroes. Gli spettatori più esigenti, i più fanatici, avranno la gioia di poter vedere l’attore storico della serie, Leonard Nimoy nella parte di un vecchio Spock che viene dal futuro. Inoltre non sono state toccate le tutine colorate e il saluto accompagnato dalla frase “Lunga vita e prosperità”.
Per alleggerire il tutto è stata poi inserita una buona dose di humor e battute di spirito. L’operazione sembra molto interessante e coraggiosa, ha riscosso un buon successo di critica e il pubblico dovrebbe uscire dalle sale contento. Vedremo.
lunedì 4 maggio 2009
Analisi del film "Nostra Signora dei Turchi" di Carmelo Bene.
Ma si è sempre al primo film.
Si è sempre al primo verso
si è sempre alla prima battuta.
Si è sempre “prima”,
come mi piace ricordare.
Carmelo Bene
Enrico Ghezzi è stato un grande estimatore dell’opera di Carmelo Bene e in una sua “videocosa” ne parla in questi termini:
Il cinema [di Carmelo Bene] fin dall’inizio è sperimentato per quello che non è; neanche come cinema d’avanguardia (come il teatro). Il cinema di Carmelo Bene non si sogna d’avanguardia, non si sogna di volerlo essere, non si sogna di essere più avanti del resto del cinema, non si sogna di essere più artistico, come non è più teatrale; è veramente un cinema invece vicinissimo a risultare l’attacco definitivo al cinema.
L’idea che se ne trae è quella di un cinema che non si pone oltre, lontano dal cinema, al contrario: vi si pone nella prossimità di uno scontro.
Anche Mario Masini, direttore della fotografia dei film di Carmelo Bene, parla in termini di scontro: “Oserei dire che Carmelo Bene si è scontrato con il cinema, ha lottato per poterlo dominare e per trasformarlo in un’opera pittorica”.
Lo scontro implica necessariamente una vicinanza e si può affermare che nel caso di Carmelo Bene tale vicinanza ha assunto i caratteri di una irrefrenabile e furiosa passione. Ne parlo in questi termini perché la costanza con cui Carmelo Bene ha scardinato le opere degli autori con cui si è sempre scontrato (Shakespeare e Collodi per fare due esempi), derivano da un profondo e inconfessato amore. Ciò riguarda anche il cinema. I suoi film si distribuiscono in un arco di tempo molto breve e intenso (da Nostra Signora dei Turchi del 1968 a Un Amleto di meno del 1973). Una manciata di anni in cui si è occupato solo di cinema, non di teatro.
Carmelo Bene ha fatto cinema con una incredibile foga espressiva. C’è lo testimonia ancora Mario Masini, a proposito di Nostra Signora dei Turchi:
Abbiamo condotto il film […] vivendolo giorno per giorno fisicamente in modo esasperato, perché non dormivamo mai, lavoravamo dal mattino alla sera e dalla sera al mattino per girare le albe, i tramonti, il Sole splendente, i notturni. Poi magari dopo tre o quattro giorni e notti del tutto insonni, crollavamo a dormire per quarantott’ore.
Tutto questo non ha mai avuto un «senso» professionale, è stato improntato solo a una grande passione.
Il risultato di questo scontro è un’opera accolta da alcuni come un capolavoro, da altri come un “nulla popolato da incubi senza nesso” e “con beneficio d’inventario”, come si legge nell’articolo di Gian Luigi Rondi apparso su “Il Tempo” del 22 Marzo del 1969. Nostra Signora dei Turchi si presenta come un’opera che suscita con uguale facilità eccessi di plauso o eccessi di sdegno. Così come avviene del resto per quanto riguarda il personaggio-Carmelo Bene.
Non si può parlare di cinema d’avanguardia anche perché lo stesso Carmelo Bene si è sempre tirato fuori da tale categoria, evitando (anche in teatro) di incanalarsi in una qualche corrente. La sua opera è strettamente individuale, difficilmente separabile dalla sua vita pubblica, tanto che ha sempre sostenuto che l’artista non deve comporre opere d’arte, deve esserlo. Di qui la sua tendenza ad ridurre tulle le parti del lavoro a se stesso: Carmelo Bene è autore, attore, regista, scenografo, costumista. In Nostra Signora dei Turchi il gruppo di lavoro è ridotto al minimo indispensabile. Racconta Masini:
eravamo lui, io e Zazà Siniscalchi come aiuto di Carmelo. Io portai un assistente il quale dopo una quindicina di giorni ebbe un piccolo esaurimento e se ne andò. Così rimanemmo solo io e Carmelo, con due o tre donne che facevano le attrici e contemporaneamente ci aiutavano, ci seguivano in quella che era la parte amministrativa e tutto il resto, compresa mia moglie. Il film costò pochissimo, praticamente il costo della pellicola.
Anche i tempi di produzione sono notevolmente ridotti. Il film è stato girato in quaranta giorni, “perché eravamo lontani da Roma e bisognava aspettare per girare, c’erano problemi di materiale e di pellicola” (Carmelo Bene). Poi due settimane di montaggio a cura di Mauro Contini e ventiquattr’ore di doppiaggio e sonorizzazione.
Il risultato secondo le parole di Carmelo Bene è “un melodramma, ma non per il canto degli orecchi, per il canto degli occhi”.
A questo punto risulta chiaro la direzione che prende il suo cinema: l’uso dell’immagine come una nota musicale e il montaggio come costruzione ritmica di fraseggi sonori per gli occhi.
Un cinema che si avvicina alla musica nella sua indeterminatezza, nel suo trasmettere suggestioni attraverso stimolazioni sensoriali. Secondo Cosetta G. Saba
Non si può che stare in "ascolto": il tentativo stesso di "pensare" il cinema di Carmelo Bene mette in una condizione di anomia, di cortocircuito del linguaggio, di bianco, di silenzio. Questa "leggibilità" sbiancata corrisponde al cortocircuito audiovisivo dell’opus di Bene in cui l’ascolto-visto diviene immagine udita ed equivale al massimo del blow up ottico-acustico; è come chiudere gli occhi del tutto sulla visibilità dell’immagine. L’immagine si fa ascolto.
È necessario a questo punto analizzare alcuni aspetti essenziali per tracciare le linee di base del lavoro di Carmelo Bene.

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