Visualizzazione post con etichetta Teatri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Teatri. Mostra tutti i post

mercoledì 19 dicembre 2012

Il Lavoro della spalla comica



Secondo articolo della serie dedicata al rapporto Comico e Spalla. Entriamo più nel dettaglio.
Dal punto di vista strettamente comico e drammaturgico, la spalla deve sostenere il comico e dargli le battute. Ecco cosa spiega Dario Fo parlando di Totò
      
Totò utilizza tutte le tecniche del vecchio teatro tradizionale e popolare. Ricorre spesso a un partner chiamato spalla. Questo partner gli dà la battuta, gli fa da contrappunto, per le ripetizioni e i rimbalzi necessari al discorso comico. Ma non serve unicamente a dargli la battuta, a recitare in contrappunto, a fare da controscena: è prima di tutto un punto d'appoggio. Lo stesso termine "spalla" deriva dall'atleta che, nel salto pericoloso, offre all'acrobata una possibilità d'appoggio, di rimbalzo, che in qualche modo lo spinge e lo proietta in avanti. E' così che Totò utilizza la spalla e sempre mirabilmente.

Continua a leggere e lascia un commento...

lunedì 17 dicembre 2012

Il comico e la spalla


In moltissimi sketch, in interi spettacoli teatrali o film, la comicità è basata un due attori: il primo è il beniamino del pubblico, fa ridere e ha il monopolio delle battute più comiche, il secondo lo appoggia, lo sostiene, gli offre gli spunti, spesso ponendosi in uno stato di opposizione e di difficile convivenza. Si tratta del comico e della sua spalla.   L’accostamento di questi due poli antitetici, ognuno con precise funzioni e caratteristiche, crea un attrito molto forte che genera una presa sicura sullo spettatore. 
Con questo articolo inauguro una serie di post in cui tratterò in maniera approfondita il rapporto Comico/Spalla.

Continua a leggere e lascia un commento...

lunedì 10 dicembre 2012

Il Tartufo - trama


Il Tartufo è una delle commedie più conosciute di Moliére e fu rappresentata il 12 maggio 1664 in occasione dei Plaisir de l’Ile Enchantée, i festeggiamenti offerti da Luigi XIV con la collaborazione dello stesso Molière. Come abbiamo già visto in un precedente articolo, la commedia suscitò l’avversione del partito devoto di corte e generò un’ aspra contesa.

Continua a leggere e lascia un commento...

sabato 8 dicembre 2012

La censura nel teatro di Molière - "Il Tartufo"



Nell’articolo precedente abbiamo visto come Molière sia stato un autore che ha attraversato non pochi problemi di censura a causa delle sue opere e abbiamo affrontato il caso de La scuola delle mogli. Vediamo ora come l’ostilità nei suoi confronti si manifestò pienamente nel caso di una delle sue opere più famose: Il Tartufo.


Continua a leggere e lascia un commento...

venerdì 7 dicembre 2012

La scuola delle mogli - trama


L'École des femmes è un'opera del Molière più maturo, messa in scena per la prima volta il 26 Dicembre del 1662 al Palais Royale di Parigi. Si ritiene che la commedia avesse una vena autobiografica di fondo, infatti l'anno precedente Molière aveva sposato la giovane Armande Béjart, sorella (ma quasi sicuramente figlia) di Madelaine, l'attrice con la quale aveva intessuto una importante relazione.

Continua a leggere e lascia un commento...

giovedì 6 dicembre 2012

La censura nel teatro di Molière

Molière ebbe non pochi problemi di censura per la messa in scena delle sue opere. Contro di lui si scatenarono violenti dibattiti e vi furono numerosi tentativi di screditamento della sua persona. Nei prossi articoli affronteremo i termini di una questione molto interessante e spinosa che faranno emergere la grandezza di Molière "uomo di teatro". Tratteremo le opere più "scandalose" e che gli diedero più problemi : La scuola delle mogli, Il Tartufo e Il Don Giovanni. 


Continua a leggere e lascia un commento...

giovedì 10 giugno 2010

Raffaele Viviani

Raffaele Viviani è stato uno degli uomini di teatro più importanti del secolo scorso e uno dei pochi drammaturghi italiani degni di questo nome. Può essere tranquillamente affiancato (per importanza) a personalità come Antonio Petito, Eduardo De Filippo, Eduardo Scarpetta, Dario Fo, Pirandello anche se la sua fama è stata ed è nettamente inferiore. Infatti se tutti conoscono queste personalità ingombranti molti di meno hanno la se pur minima idea di chi fosse Raffaele Viviani.

Continua a leggere e lascia un commento...

sabato 1 agosto 2009

L'improvvisazione in teatro non esiste.

Cos'è l'improvvisazione? Cosa significa quando si dice che un attore sta improvvisando?

In questo articolo tenterò di spiegare la falsità del termine "improvvisazione" almeno nella sua accezione più comune e si arriverà ad affermare che un attore non improvvisa mai. Nemmeno gli attori della Commedia dell'Arte improvvisavano.

Di solito si intende con "improvvisazione" la creazione estemporanea di un testo che non è stato precedentemente scritto. L'attore riesce a creare e riprodurre le parole del suo personaggio potremmo dire "in diretta", davanti allo spettatore. Di solito l'attore capace di improvvisare viene considerato di grande qualità, perchè si ritiene che la capacità di improvvisare sia quasi innata, dovuta alla particolare genialità, all'esplosivo talento di un attore.
Ecco la definizione del termine "improvvisazione" presa da Wikipedia (che rappresenta il pensiero più generico possibile): "Per improvvisazione si intende – in senso generico - l’atto di creare qualche cosa mentre la si esegue, in maniera spontanea o casuale".

Questa definizione è falsa in ogni suo punto.

Bisogna sostituire il termine improvvisazione con quello di "montare". Mi spiego trattando il caso degli attori della Commedia dell'Arte, cioè il teatro all'improvviso per eccellenza.
Nella Commedia dell'Arte l'improvvisazione era una necessità. Siccome con il teatro ci campavano, dovevano essere in grado di mettere su uno spettacolo in un lasso di tempo brevissimo. Il principio era quello del minimo tempo da dedicare alle prove, anzi di non provare affatto. Solo così si poteva andare in scena velocemente e a ripetizione e poter guadagnare di più. Gli attori dovevano quindi essere capaci di andare in scena senza nulla di predeterminato, senza un testo da mandare a memoria. Come poteva accadere tutto ciò? Erano degli esseri superdotati? Niente di tutto ciò.
Avevano semplicemente un grandissimo bagaglio di scenette, situazioni, lazzi che riuscivano a montare secondo le esigenze della scena. Improvvisare consisteva nello scegliere di volta in volta, scena dopo scena quale pezzo, quale battuta, quale lazzo eseguire.

Era un'arte che si apprendeva direttamente sulle assi del palcoscenico, fin dalla più tenera età. Era un'arte che maturava con l'esperienza e con la pratica costante. Non c'era quindi nè creazione spontanea, nè tanto meno casuale.

Veniva utilizzato un cavovaccio che ripèroduceva sinteticamente la struttura della commedia da rappresentare. C'erano indicate le entrate e le uscite e le situazioni da rappresentere.

Ecco come comincia il canovaccio di "Il vecchio geloso" di Flaminio Scala:

Atto primo
ORAZIO racconta a Flavio, suo amico, esser venuto in quella villa per l'amor ch'egli porta a Isabella, moglie di Pantalone, essendo da lei riamato, e come Pedrolino. suo servo, è consapevole dell'amor loro, e di nmon averla mai goduta; ma che Isabella ha promesso di sodisfarlo, con la occasione d'esser alla villa. Flavio dice aver buon mezzano, e che non dubiti;


In base a queste indicazioni l'attore già sapeva come comportarsi, come relazionarsi all'altro attore, come dargli la battuta. Il suo bagaglio teatrale conteneva quelle scene da realizzare. Naturalmente più l'attore aveva esperienza, più il suo bagaglio era fornito e raffinato e la sua arte si faceva meno grossolana e rozza.

Continua a leggere e lascia un commento...

venerdì 17 luglio 2009

Mostra di teatro giapponese alla Casa dei Teatri, Roma.

Fino al 6 settembre è possibile visitare una bella mostra dal titolo “Il fiore del meraviglioso”, a cura di Yosuke Taki. Questo allestimento racconta attraverso immagini e filmati la straordinaria cultura teatrale giapponese. Per visitare la mostra bisogna recarsi alla Casa dei Teatri, che è situata a Roma, all’interno di Villa Doria Panphilj, nello storico villino Corsini. Questa struttura è molto importante per chi si occupa di spettacolo dal vivo, sia per le mostre che vengono costantemente allestite, sia per la biblioteca dedicata e anche per “L’immemoriale di Carmelo Bene”.

La mostra è molto interessante, anche se non si sviluppa su uno spazio molto grande. Le cose che mi hanno più attirato sono la bacheca con le maschere e il costume nella sala dedicata al Nō e al Kyōgen. I filmati riprodotti in schermi da 17-19 pollici (a occhio), sono per molti versi eccezionali e testimoniano quasi direttamente una cultura spettacolare ignota al grande pubblico che nel corso del Novecento ha stimolato le idee e il lavoro di grandi uomini di teatro occidentali.

Descrivere una mostra del genere mi sembra quasi inutile…anche perché essa stessa è testimone visivo di una forma spettacolare a cui bisognerebbe assistere. Con questo articolo non voglio fare il terzo testimone, sbiadendo ancora di più l’immagine originale, voglio solo informare dell’esistenza di questa mostra…chi si trova a Roma farebbe bene ad andarci.

In formazioni più dettagliate le potete trovare sul sito della Casa dei Teatri a questo indirizzo.

Continua a leggere e lascia un commento...

giovedì 16 luglio 2009

L'arte folle di Remi Gaillard

Grazie al consiglio di Renato (che ringrazio) mi sono imbattuto nel canale youtube dell'umorista francese Remi Gaillard. Si tratta di una serie di performance al limite dell'arresto, durante le quali questo bizzarro e a tratti geniale individuo si macchia di numerose infrazioni alle più elementari regole del codice di convivenza sociale.
Credo che il succo del suo lavoro sia proprio questo: un continuo e provocatorio attentato alla tranquillità della vita comunitaria.

Pensereste mai di rischiare di essere spinti in acqua da un tizio in costume da canguro? Oppure di essere il bersaglio di un calcio piazzato nel bel mezzo di Parigi?

Remi Gaillard non conosce decenza, non si tira indietro davanti a nulla...solo una volta di fronte, o meglio dietro, una suora...ha evitato di cavalcarla nel filmato in cui salta addosso al primo malcapitato e imita un rodeo. Se non si fosse fermato, avrebbe suscitato la mia ammirazione...ma la suora era piuttosto esile, le avrebbe fatto male.

Quello che mi ha colpito è che non si tratta del solito provocatore che per realizzare video per youtube non trova modo migliore che dare fastidio alla gente. Nelle sue performance ci sono spesso intelligenti trovate artisticamente interessanti. Lo si potrebbe quasi considerare un artista di strada.

Dopo aver visto i suoi video (basta digitare "remi gaillard" su you tube) riflettete su questo aspetto e datemi ragione o torto: le sue azioni vengono tollerate da noi che vediamo i suoi video, non pensiamo che dovrebbe essere multato o peggio arrestato. Sia perché ci fa sorridere e meravigliare, ma anche perché intravediamo nelle sue performance un qualche substrato artistico. Le sue azioni vengono tollerate come se fossero compiute da un uomo insano di mente. Se uno è pazzo è quasi naturale che non conosce regole sociali. Ma Gaillard non è pazzo, è un artista.
Arte, follia.

Continua a leggere e lascia un commento...

mercoledì 1 luglio 2009

"Giotto o non Giotto" di Dario Fo: cacciato da Assisi.

Il vescovo di Assisi, Domenico Sorrentino, si è rifiutato di far rappresentare lo spettacolo di Dario Fo Giotto o non Giotto. I motivi? La lezione-spettacolo su Giotto di Dario Fo porta avanti la tesi che il famoso ciclo della basilica superiore non sia opera di Giotto. Il vescovo ha spiegato che non vuole più rappresentazioni davanti alle due basiliche di San Francesco. Parole pronunciate mentre si montava un palco proprio sul piazzale per ospitare una serata con Renato Zero e dei comici. “Saranno stati comici qualunquisti” ha commentato Dario Fo che ha anche affermato : “Questo è il segno dei tempi. E’ davvero un’espressione di quel retrivo conservatorismo culturale per il quale ogni alterazione dello status quo diventa un atto di blasfemia”.

La tesi proposta da Dario Fo non è del tutto inedita: era infatti già stata avallata da Bruno Zanardi che attribuiva la maggior parte dei 28 riquadri del ciclo al pittore romano Pietro Cavallini. Dario Fo si basa in particolare sul fatto che Giotto era troppo giovane per poter ottenere un incarico del genere e che lo stile fa pensare per molti versi proprio alla mano del cavallini: “Basti pensare alla tecnica di stesura del colore, alle ombre, alle velature, all’uso dell’appretto”.

Che Dario Fo abbia ragione o meno è questione da lasciare agli storici dell’arte, ai restauratori, agli addetti ai lavori insomma. Quello che ovviamente attizza la discussione è il fatto che la paura di perdere una così importante “attrazione” porti un vescovo a cancellare un evento culturale di quella portata. Si tratta pur sempre dello spettacolo di uno dei più grandi attori del Novecento, nonché premio Nobel. Si tratta di censura bella e buona.

Giotto e San Francesco sono le due “All Stars” che illuminano Assisi. Quanti pellegrini ogni anno partecipano al bilancio (presumo fortemente in attivo) di questi frati particolarmente devoti alla miseria e alla povertà?
Non devono offendersi i credenti se uso parole così sarcastiche: devono prendersela principalmente proprio con quei frati che sfruttano la fede del loro maestro per fini di lucro.
Parlo così perché ad Assisi ci sono stato ed o visto cose…

Frati trasformati in bigliettai dietro biglietterie a staccare biglietti. Per cosa? Per far dire una messa ai propri defunti per la modica cifra di 10 euro (offerta minima).
Basilica inferiore, tomba di San Francesco. Dietro una simbolica offerta si può prendere un cero, portarlo da un punto A ad un punto B (5-6 metri di distanza), e riporlo in un apposito cesto. Senza accenderlo per motivi di sicurezza. Non devo spiegare che è inutile prendere un cero senza accenderlo perché è proprio la luce il simbolo importante. Inutile per il fido fedele certo.

E Dario Fo voleva andare lì a dire che Giotto non c’entra niente?

Come dire che a Parigi, al cimitero di Père-Lachaise, sotto la tomba con il nome “Jim Morrison”, in realtà è sepolto Cristiano Malgioglio.

Continua a leggere e lascia un commento...

martedì 30 giugno 2009

Pina Bausch è morta.





Una danzatrice, una coreografa, una regista.
"si esplora, s'interroga, si guarda all'indietro, si riprende il viaggio"

Continua a leggere e lascia un commento...

lunedì 29 giugno 2009

Il simbolismo di Vsevolod Mejerchol’d.

A questo punto il nostro discorso sul simbolismo come forma alternativa rispetto al naturalismo non può che considerare il lavoro del grande Vsevolod Mejerchol’d. Abbiamo già incontrato il suo nome in un articolo dedicato alla sua tragica morte per mano del regime stalinista e in riferimento alle sperimentazioni di Stanislavskij. Mejerchol’d è ricordato soprattutto per la sua famosa teoria della biomeccanica elaborata nel secondo periodo della sua carriera, quella in cui è vicino alle idee costruttiviste. Il periodo che ci interessa in questo articolo è invece quello che va dal 1905 al 1908, un periodo più prettamente simbolista per Vsevolod Mejerchol’d, impegnato in esperimenti di “teatro della convenzione”.

Dopo esperienze dilettantistiche e dopo essersi diplomato alla scuola d’arte drammatica della Società Filarmonica moscovita diretta da Nemirovič-Dančenko, Vsevolod Mejerchol’d entra a far parte del nascente Teatro d’Arte di Mosca nel 1898. Il suo interesse verso la messinscena naturalista si spegne presto e, anche a causa di contrasti con Stanislavskij, lascia il Teatro d’Arte nel 1902. In questo momento inizia a sperimentare testi di tipo simbolista girando per i teatri di provincia.

Ma la vera occasione per sperimentare le sue prime idee sul teatro gli viene offerta proprio da Stanislavskij che nel 1905 lo chiama per dirigere un Teatro Studio in seno al Teatro d’Arte. Le motivazioni di questa scelta sono già state spiegate in questo post.

Mejerchol’d riceve da Stanislavskij una buona disponibilità di fondi e di materia prima (attori, scenografi e musicisti) e progetta l’allestimento di diversi spettacoli, ma quello che viene ricordato maggiormente è La morte di Tintagiles di Maurice Maeterlinck, drammaturgo simbolista. Come è noto Stanislavskij non restò soddisfatto del lavoro di Mejerchol’d e la compagnia viene sciolta. Mejerchol’d torna in provincia ma continua a sperimentare grazie all’attrice Vera Komissarževskaia che gli affida la direzione del suo Teatro drammatico di Pietroburgo. Qui Mejerchol’d riesce a realizzare le sue messinscena simboliste, si ricorda in particolare l’Hedda Gabler di Ibsen, nel Novembre del 1906.

Le ricerche di Mejerchol’d andavano apertamente in contrasto con il naturalismo del Teatro d’Arte e prendevano la direzione di un “teatro della convenzione”. Vediamo che vuol dire.


Il simbolismo di Mejerchol’d contro il naturalismo. Il “teatro della convenzione”.

Parlando del teatro naturalista, da Antoine a Stanislavskij, abbiamo sempre sottolineato l’influenza che la compagnia dei Meininger ebbe sul lavoro di questi uomini di teatro. Mejerchol’d sottolinea invece le conseguenze deleterie dell’entusiasmo per i Meininger.

C’è un aspetto molto interessante nella critica che Mejerchol’d muove contro il naturalismo: riteneva negativo il fatto che il naturalismo precludesse la partecipazione attiva dello spettatore. La riproduzione fedele e ossessiva del reale spinge a riempire la scena di dettagli scenografici e a rendere una realtà chiusa in se stessa, ben determinata e finita. Mejerchol’d richiama invece la necessità dell’indefinito che spinge lo spettatore a completare ciò che vede con la propria fantasia. Ecco cosa si legge nel suo articolo Il teatro naturalista e il teatro d’atmosfera (Sul teatro, 1913):

“Il teatro naturalista, evidentemente, nega allo spettatore la capacità di completare il disegno e di sognare come quando si ascolta la musica.”

Mejerchol’d incolpa il naturalismo di aver paura del mistero, di tendere a mostrare tutto, a mostrare troppo, non tenendo conto del principio che in arte non bisogna introdurre nulla di superfluo.

Per spiegare meglio il suo pensiero riporta le famose parole di Anton Cechov:

“Il teatro è arte. Kramskoi ha un quadro di genere in cui sono raffigurati dei volti in maniera meravigliosa. Che cosa accadrebbe se si tagliasse il naso dipinto a uno dei volti e lo si sostituisse con uno vero? Il naso sarebbe realistico, ma il quadro sarebbe rovinato”.

Che cosa si intende poi per “teatro della convenzione”? Come è noto il teatro è colmo di convenzioni. Una convenzione è un patto fatto con lo spettatore: gli si chiede di accettare alcune regole. È una convenzione per esempio che se un attore dice una battuta tra sé e sé (gli a parte), gli altri personaggi non sentono ciò che dice, ma gli attori si. Il pubblico diciamo che fa finta che non lo sentano. Il fatto stesso di essere in un teatro è una convenzione: il pubblico deve di volta in volta far finta di trovarsi in un altro luogo. Il teatro naturalista tende a nascondere le convenzioni, a far finta che non esistano, a illudere lo spettatore che il teatro non ci sia, che quello che si sta svolgendo sia un pezzo di vita vera che accade lì e in quel preciso istante.

Il “teatro della convenzione” è invece un teatro che si libera del bisogno di dover nascondere, si semplifica, accetta e sfrutta l’artificialità dell’evento teatrale. Lo spettatore non deve dimenticare di trovarsi di fronte ad un attore che recita. L’attore viene liberato dalla scenografia e da ogni oggetto superfluo e la messinscena è così semplice da poter scendere in strada. Il teatro della convenzione è libero da ogni bisogno di illudere uno spettatore che viene invece chiamato a svolgere un ruolo attivo.

Queste sono in breve le basi del lavoro di Mejerchol’d in questo primo periodo. Vediamo ora come mise in pratica il suo pensiero nel Teatro Studio del 1905 e in seguito nel Teatro Drammatico della Komissarževskaia.


Caratteristiche del teatro simbolista di Mejerchol’d.

Le caratteristiche fondamentali del lavoro di Mejerchol’d si possono cosi schematizzare:

Stilizzazione: la messinscena deve sintetizzare l’atmosfera, l’essenza di un periodo. Si usa quindi un fondale dipinto, pochissimi oggetti di scena e una recitazione che si libera di ogni psicologismo per divenire puro ritmo.

Immobilità: Mejerchol’d auspica un teatro statico che “non si rivela nel massimo sviluppo della azione drammatica e nelle grida strazianti ma, al contrario, nella forma più tranquilla, statica, immobile, e nella parola pronunciata a bassa voce”. Movimenti limitati, quindi, che rifiutano il superfluo e si affidano alle pause, ai silenzi, al non detto.

Bidimensionalità: il palcoscenico è poco profondo, ridotto ad una striscia di proscenio. Gli attori, spogli della loro tridimensionalità, sono ridotti a bassorilievi e agiscono come segni grafici sul fondale dipinto. Perdono di consistenza, quindi di materialità.

Movimento come ritmo: i movimenti e i gesti degli attori non devono rappresentare stati d’animo o psicologici del personaggio. Il movimento per Mejerchol’d è ritmo, come nella danza. Il gesto viene poi reso eloquente e estremamente significativo.

Pur mantenendo la stilizzazione, a partire dagli inizi del 1907, Mejerchold abbandona la bidimensionalità e nella messinscena della Vita dell’uomo di Andrèev, sfrutta il palcoscenico in tutta la sua profondità e utilizza la luce come elemento espressivo.


Verso altre strade.

Con l’abbandono della tridimensionalità il lavoro di Mejerchol’d inizia ad allontanarsi dal simbolismo e si avvicina progressivamente ad altre esperienze e fonti di illuminazioni artistiche. In questo periodo (Dicembre del 1906) Mejerchol’d mette in scena La Baracca dei saltimbanchi di Blok e se da un lato è il momento di maggiore espressione del teatro della convenzione (sul palcoscenico è posto un teatrino in cui si vedono le funi e i verricelli) dall’altro segna il percorso futuro che sarà caratterizzato da un forte interesse per la Commedia dell’Arte.

Quando nel 1908 termina il sodalizio con la Komissarževskaia, si chiude anche il periodo simbolista di Mejerchol’d e si apre la strada che lo porterà alle esperienze e alle pratiche più importanti per il grande regista: il costruttivismo e la biomeccanica.

Continua a leggere e lascia un commento...

domenica 28 giugno 2009

La pernacchia di Eduardo De Filippo.

Il titolo di questo post sarebbe dovuto essere "O' pernacchio" (il perchè lo capirete facilmente dal filmato), ma tutti conosciamo di più il termine "pernacchia", quindi per facilitare la ricerca di questo articolo ho preferito usare il termine più comune.
Si tratta della famosa scena del film L'oro di Napoli di Vittorio De Sica. Il grande attore, autore e regista (meglio definirlo "uomo di teatro") Eduardo De Filippo si cimenta in uno storico pernacchio. Eduardo De Filippo fa la parte di un dispensatore di saggezza in uno dei cinque episodi in cui è diviso il film: Il professore. La sua parte consiste nel dare consigli a chiunque si rivolga a lui, fidanzati, militari, preti...il pernacchio è la soluzione ideale per mettere a posto la spocchioso duca Alfonso Maria di Sant'Agata dei Fornari.

A chi dedichereste un pernacchio del genere?

Guarda il video.

Continua a leggere e lascia un commento...

martedì 23 giugno 2009

Il teatro simbolista di Aurélien Lugné-Poe.

Gli esperimenti di Paul Fort ebbero un importante seguito negli allestimenti teatrali di Aurélien Lugné-Poe, fondatore, nel 1892, del Théâtre de l’Oeuvre. Lugné-Poe proveniva da esperienze molto variegate che passavano dall’innovazione alla tradizione: nel 1886 fondò un gruppo teatrale dilettantesco, il "Cercle des Escoliers", impegnato nell’allestimento di spettacoli di autori contemporanei e nello stesso tempo frequenta il tradizionale Conservatoire. Partecipa a produzioni del Théâtre Libre di Antoine e al Théâtre d’Art di Paul Fort. Intanto stringe importanti legami con i pittori Nabis (Édouard Vuillard, Maurice Denis e Pierre Bonnard) che sfoceranno in incessanti collaborazioni. Con questo bagaglio formativo Lugnè-Poe fonda nel 1892 il Théâtre de l’Oeuvre, con la collaborazione di Vuillard e Camille Mauclaire.


Estetica del Théâtre de l’Oeuvre di Lugné-Poe.

Il primo periodo di attività del Théâtre de l’Oeuvre fu di netto stampo simbolista: la scenografia, che non aveva alcuno scopo mimetico, era caratterizzata da fondali dipinti antirealistici, astratti ed evocativi. La loro funzione non era quella di riprodurre una parte di realtà ma di evocare l’atmosfera del dramma. Le scene erano opera dei pittori Nabis che si occupavano anche della grafica dei programmi di sala.

Nelle messinscene del Théâtre de l’Oeuvre Lugnè-Poe era alla continua ricerca di una sorta di indeterminatezza onirica e di smaterializzazione sia attraverso l’uso del velario di garza di Paul Fort, sia attraverso l’uso dell’innovativo palcoscenico inclinato.

Anche la recitazione tende a sottrarre materialità e a non esprimere emozioni attraverso l’immedesimazione dell’attore nel personaggio: l’attore ha un atteggiamento ieratico, quasi da sacerdote, la dizione è cantinelante, salmodiante, i movimenti sono lenti, sospesi, solenni. Questa smaterializzazione è resa anche attraverso l’austerità della scena, povera di arredi e costumi.

Secondo Lugnè-Poe sia l’attore che il pittore dovevano relegarsi in una posizione secondaria per far risaltare il valore poetico del testo secondo il motto: “La parola crea la scena”.


Il repertorio.

I drammi messi in scena da Lugné-Poe testimoniano una tendenza abbastanza diversificata riguardo le scelte di repertorio: accanto a drammi di autori simbolisti per eccellenza come Maeterlinck (il debutto avvenne proprio con il suo Pelleas et Melisande), Lugnè-Poe dà voce anche ad autori impegnati sul piano socio-politico (accanto a Ibsen si propongono drammi di Hauptmann, Praga e Pinero). Questa diversificazione arrivò anche ad abbracciare la “pantomima clownesca”, un teatro di ombre e di marionette in cui il riso era accompagnato dall’orrore.


L’Ubu re di Alfred Jarry.

Uno spettacolo d’eccezione fu l’Ubu re di Alfred Jarry, andato in scena nel 1896. Non si tratta di un dramma, ma di uno spettacolo nato come testo per marionette e trasformato da Lugné-Poe in una pantomima grottesca.

La scena sfidava ogni convenzione tradizionale, mostrando contemporaneamente interni ed esterni, zone torride e artiche andando oltre il simbolismo finora sperimentato nel Théâtre de l’Oeuvre. Lo spazio era organizzato secondo uno stile infantile in cui un caminetto, per esempio, fungeva anche da porta di ingresso per gli attori. In scena erano presenti dei manichini in costume. Vi era un continuo riferimento alla Commedia dell’Arte.

Si tratto di un esperimento unico nella storia del Théâtre de l’Oeuvre che lascia gli spettatori confusi e arrabbiati. Lugné-Poe si allontanò in seguito dal simbolismo (a partire dal 1898) ma i suoi esperimenti troveranno seguito nel lavoro dei cosiddetti “riteatralizzatori” e del movimento surrealista.

Continua a leggere e lascia un commento...

lunedì 22 giugno 2009

Il teatro simbolista di Paul Fort.

Nel precedente articolo del percorso che riguarda la regia teatrale, abbiamo affrontato le importanti innovazioni teatrali di Richard Wagner e abbiamo sottolineato come le sue idee abbiano influenzato molto la nascita di un teatro di tipo simbolista in contrapposizione con quello di tipo naturalista. L'articolo su Wagner è stato l'introduzione di un argomento molto interessante e poco conosciuto che riguarda le prime esperienze di teatro simbolista di personalità come Paul Fort e Aurelién Lugné-Poe.

Paul Fort e il Théâtre d'Art.

Il teatro di regia simbolista muove i suoi primi passi in Francia intorno al 1890, quando Paul Fort dà vita alle sue prime esperienze teatrali. Dopo una breve attività con il Théâtre Mixte (fondato nel 1890 insieme a Louis Germain) Paul Fort fonda, nel 1891, il Théâtre d'Art. Anche questa esperienza avrà vita breve, circa un anno, e godrà solo all'inizio di un certo successo. I motivi del fallimento vanno ricercati soprattutto in ambito organizzativo, Paul Fort era molto giovane e inesperto e si avvaleva di attori dilettanti di scarsa qualità.

Nonostante tutto si trattò di un momento determinante per la nascita della regia teatrale perché Paul Fort mise in atto importanti innovazioni stilistiche e di repertorio.

L'avvio della fase simbolista del Théâtre d'Art coincide infatti con la messa in scena della Fanciulla dalle mani mozze (19 e 20 marzo 1891) di Pierre Quillard e di due lavori di Maurice Maeterlinck, l'Intrusa (20 e 21 maggio 1891) e i Ciechi (11 dicembre 1891).

Dal punto di vista stilistico la scena subiva un processo di smaterializzazione attraverso, ad esempio, l'uso di un velario di garza posto tra la scena e il pubblico nella messinscena della Fanciulla dalle mani mozze. L'idea di fondo, ripresa da Wagner, è che il teatro debba utilizzare criteri analogici per rievocare significati simbolici e spirituali. Il teatro naturalista non può evidentemente soddisfare questa funzione.

Innovazioni importanti riguardarono anche la scenografia, opera del pittore Nabis Paul Sérusier, che creò un fondale dorato, decorato con angeli stilizzati e incorniciato da tendaggi rossi. Il rifiuto del naturalismo è evidente.

Ance la recitazione è antinaturalistica: nelle due messinscena maeterlinckiane la recitazione di Lugné-Poe prediligeva uno stile ieratico, fatto di gesti e pose minimali, con una dizione cantilenante.

Le messinscena dell'Intrusa e dei Ciechi non furono grandi successi.

La rappresentazione dell'Intrusa fu rovinata dalla sciatteria e approssimazione con cui furono presentati gli altri drammi in cartellone, quella dei Ciechi fu compromessa dal fallimento di un esperimento sinestetico che prevedeva la partecipazione dell'olfatto degli spettatori. Per dare corpo alla concezione wagneriana di "opera d'arte unitaria" Paul Fort aveva pensato di colpire il pubblico con effetti che coinvolgessero tutti e cinque i sensi. Peccato però che l'uso di profumi e diffusori di scarso valore provocò delle reazioni allergiche che non fecero molto piacere.

Il Théâtre d'Art cadde presto in declino a causa dei problemi economici, realizzativi e tecnici che l'inesperienza di Paul Fort non sapeva gestire. Chiuse i battenti nella primavera del 1892, ma ormai la porta era stata sfondata e le sperimentazioni continuarono grazie ad un attore degli allestimenti di Paul Fort, Aurelien Lugné-Poe.

Continua a leggere e lascia un commento...

mercoledì 17 giugno 2009

Richard Wagner e il teatro.

In questo percorso sulla rivoluzione della regia teatrale abbiamo affrontato il versante che riguarda il naturalismo. Siamo partiti dalla compagnia dei Meininger e siamo giunti a Stanislavsky passando per Antoine. Ma c’è stato un altro versante della ricerca teatrale del tempo, la cui direzione divergeva dal naturalismo per avvicinarsi di più al simbolismo. Molte di queste ricerche prendevano spunto dalle teorie di Richard Wagner per cui, prima di affrontare direttamente il teatro simbolista, è necessario dedicare un articolo alla rivoluzione teatrale di questo grande compositore.

Il concetto di base delle teorie wagneriane è l’idea di un teatro come opera d’arte totale: al fine di rappresentare l’uomo nella sua totalità di mente, sentimento e sensorialità il teatro deve fare ricorso a tutte le forme espressive e specialmente alla poesia, alla musica e alla danza (il famoso Wort-Ton-Drama, il dramma di musica e parola). Il termine che Wagner usa nell’Opera d’arte dell’avvenire (1849) è Gesamtkunstwerk ossia “opera d’arte unitaria”.

Secondo la teoria di opera d’arte totale di Richard Wagner tutte le forme espressive (oltre a poesia, musica e danza si può citare anche l’architettura e la pittura per esempio) si pongono tra loro in un rapporto di vicendevole scambio (che tra l’altro rimanda subito al concetto di organicità) che è in grado di esprimere l’essenza più intima dell’uomo.

Questa teoria dell’arte viene accompagnata da una forte e ben determinata riforma dello spazio teatrale. Questa è la parte che a me personalmente più interessa e si può così sintetizzare:

ANFITEATRO.

In forte polemica con lo spazio del teatro all’italiana (palchetti, platea e galleria) e con la sua struttura gerarchica Wagner propone uno spazio ad anfiteatro che livella le differenze tra i vari settori del luogo da cui si guarda.

OSCURITÀ.

Per la prima volta nella storia del teatro Wagner impone il buio in sala. Il pubblico non può così essere distratto da ciò che lo circonda e la sua attenzione si concentra su ciò che accade in scena. Ciò serve anche ad far piombare lo spettatore a piedi giunti nell’illusione. Con il buio in sala l’architettura del teatro viene nascosta e viene mostrata solo la rappresentazione. Si predilige una visione più intima e soggettiva dell’evento spettacolare.

GOLFO MISTICO

L’effetto illusionistico viene ulteriormente amplificato dalla scomparsa della fonte da cui proviene la musica. L’orchestra viene infatti posta nel cosiddetto “golfo mistico”, una buca posta tra platea e palcoscenico che fa sprofondare l’orchestra e la nasconde al pubblico.


IL TEATRO DI BAYREUTH


Wagner riesce a realizzare praticamente le sue idee sullo spazio facendo costruire tra il 1872 e il 1876 un teatro a Bayreuth. Ma non riuscì però a mettere in pratica la sua idea di arte totale perché nelle messe in scena che allestì tra il 1876 e il 1883, l’elemento puramente spettacolare aveva il sopravvento sugli altri. Ce lo testimonia anche Nietsche il quale affermò che Wagner “vuole solo l’effetto, non vuole altro che l’effetto” (Caso Wagner (1888)).

Come vedremo nei prossimi articoli le sue idee furono però motivi ispiratrici del teatro simbolista.

Continua a leggere e lascia un commento...

giovedì 11 giugno 2009

Gassman a Ring, 1976. Una stupenda intervista.

C'è su youtube una filmato davvero eccezionale (link a fine articolo). Perderselo sarebbe davvero un peccato. Si tratta di una puntata del programma televisivo RING di Aldo Falivena andata in onda nel 1976. Il programma, come si capisce dal titolo, mette in mezzo un personaggio che subisce le domande dei giornalisti. La cosa interessante è che era una programma in diretta. La puntata che propongo mette al centro del ring il grande attore Vittorio Gassman che è chiamato a rispondere a domande che riguardano la crisi del cinema, i problemi del teatro, i problemi dell'attore, il divismo dell'attore e più direttamente la persona-Gassman.

Giudico questo filmato eccezionale sia perché mostra una televisione d'altri tempi, meno attenta allo spettacolo, più sobria e austera ma molto attenta verso i contenuti. I quella televisione le persone non si vergognavano della loro intelligenza. Gli argomenti trattati in questa puntata non troverebbero mai spazio nella nostra televisione, ormai ridotta a puro contenitore.

La puntata in questione è inoltre la testimonianza della grande cultura e intelligenza di uno dei più grandi uomini di teatro della nostra storia.

In particolare state attenti alla quinta parte in cui Gassman parla del mestiere dell'attore, un mestiere che inevitabilmente cambia la persona che lo esercita. E dice una cosa incredibile e sacrosanta sull'arte attoriale che può riassumersi così: in teatro anche la naturalezza è frutto di artificio, di sapiente costruzione tecnica, di composizione.

La puntata è divisa in cinque parti. Ecco il link della prima parte.

Continua a leggere e lascia un commento...

mercoledì 10 giugno 2009

Monologo iniziale del Riccardo III interpretato da Leo de Berardinis

Leo de Berardinis è stato un grande attore e regista dell’avanguardia teatrale italiana. In questo articolo voglio proporre l’ascolto della sua voce nel monologo iniziale del Riccardo III di William Shakespeare. Si tratta del famoso “Ora che l’inverno del nostro scontento si è tramutato in fulgida estate sotto questo sole di York”. La grande particolarità di questa interpretazione è l’uso di inflessioni dialettali che riscrivono il testo di Shakespeare senza cambiare una sola parola. Sarà davvero un ascolto interessante.

La voce di Leo De Berardinis nel Riccardo III di William Shakespeare.

L’Amleto di Leo De Berardinis.

Biografia di Leo De Berardinis.

Continua a leggere e lascia un commento...

martedì 19 maggio 2009

"I fratelli" di Terenzio, monologo sull'educazione dei figli.

Publio Terenzio  Afro è stato un riformatore del teatro. Con lui la commedia romana di derivazione greca  subisce notevoli trasformazioni che non andarono molto d’accordo con i gusti del pubblico, fatto che rese difficile la vita del poeta. Nelle commedie di Terenzio ci sono diversi messaggi ideologici di tipo progressista e in questo articolo vorrei proporre la lettura del celebre monologo iniziale dell’ultima commedia di Terenzio, gli Adelphoe, ossia I fratelli. Viene esposta infatti un’idea riguardo l’educazione dei figli molto innovativa, che troverebbe il consenso dei più moderni progressisti di oggi. La commedia fu rappresentata nel 160 a.C.: che per più di duemila anni il mondo abbia girato a vuoto?


Cenni biografici di Terenzio.

Terenzio nacque probabilmente tra il 190 e il 185 a.C. a Cartagine e fu condotto a Roma come schiavo presso il senatore Terenzio Lucano che gli diede un’educazione liberale e poi lo affrancò. E’ però probabile che questa deduzione provenga esclusivamente dal nome Afro, cosa che non suggerisce direttamente una provenienza africana o una condizione servile. Sta di fatto che il senatore Terenzio dovette introdurlo nei circoli culturali più all’avanguardia nella Roma del tempo. Si trattava di un ambiente intellettuale progressista e filellenico che aveva l’intento di rinnovare la cultura romana. Uno di questi circoli era quello degli Scipioni che raccoglieva le figure più avanzate e vivaci.

Terenzio concentrò la sua produzione di commedie in un periodo molto breve ma intenso: tra il 166 e il 160 a.C. scrisse e fece rappresentare sei commedie: L’Andria (166 a.C.), La suocera (165 a.C.), Il punitore di se stesso (163 a.C.), L’eunuco (161 a.C.), Formione (161 a. C.) e I fratelli (160 a.C.).


L'Adelphoe (I fratelli).

La commedia che ci interessa è I fratelli, tratta da un’omonima commedia di Menandro. La trama si basa su due fratelli appunto e il loro diverso modo di condurre la propria vita: Dèmea è rozzo, tradizionalista, sposato con due figli mentre Micione è scapolo ed ha una mentalità molto più aperta. Quest’ultimo adotta uno dei suoi due nipoti e lo educa in modo molto liberale. L’altro rimane a Dèmea che gli impartisce un’educazione molto severa. Ma questo metodo educativo fallisce e il giovane ne combina di tutti i colori. Il tradizionalista Dèmea è costretto ad ammettere i suoi errori e ad accordare al figlio tutte le libertà che prima gli aveva negato.

Già la trama suggerisce l’idea di fondo della commedia, ma leggete come Micione esprime  direttamente il suo modo di pensare:

 

MICIONE:

                   [Eschino, il figlio adottivo] è tutta la mia gioia e consolazione. Faccio di tutto perché mi contraccambi: gli concedo, lascio correre, non ritengo necessario che faccia tutto come voglio io e poi, quelle ragazzate che gli altri fanno di nascosto dal padre ho abituato mio figlio a non nascondermele. Perché chi avrà l'abitudine di mentire a suo padre, o avrà il coraggio di ingannarlo, tanto più lo avrà con gli altri. Sono convinto che sia meglio frenare i figli col rispetto e con l'indulgenza piuttosto che con la paura. Su questo mio fratello non è d'accordo con me, non gli va. E spesso viene da me e grida: «Che fai, Micione? Perché mi rovini quel ragazzo? Perché fa l'amore? Perché si ubriaca? Perché favorisci tutto questo spesandolo? Perché sei così generoso nel vestirlo? Sei davvero una pappamolla!» Lui come padre è troppo severo, al di là del giusto e del lecito, e, a mio avviso, si sbaglia di grosso se crede che l'autorità basata sulla forza sia più salda e sicura di quella ottenuta con l'affetto. Io la penso così (e mi regolo di conseguenza): chi fa il proprio dovere per timore di un castigo, finché pensa che la cosa si verrà a sapere, sta attento; ma se spera di farla franca, torna a seguire la propria indole. Quello che ti sei conquistato trattandolo bene, agisce spontaneamente, cerca di contraccambiarti: che tu ci sia o no, si comporterà allo stesso modo. Questo è il compito di un padre, abituare suo figlio ad agire onestamente da solo, anziché per paura degli altri: è questa la differenza che c'è tra il padre e il padrone. Chi non ci riesce ammetta di non saper comandare ai figli.

Continua a leggere e lascia un commento...