sabato 1 agosto 2009
L'improvvisazione in teatro non esiste.
mercoledì 29 luglio 2009
"Into The Wild", "Grizzly Man" e "I diari della motocicletta".
I tre film che ho indicato nel titolo gli ho visti di recente e offrono riflessioni sul tema del viaggio, della fuga dalla società e della solitudine come scelta di vita. Molti di voi gli avranno visti, si tratta di film usciti di recente con un’ampia diffusione. I film sono: Into the Wild, Grizzly Man e I diari della motocicletta. Son tre film che hanno in comune il fatto di essere basati su vicende e persone realmente esistite, che pongono la natura e le sue manifestazioni quasi come personaggio a sé, determinante nella riuscita e nella bellezza della pellicola. Tre film che rendono a pieno se visti al cinema, con schermi molto grandi (varrebbe per tutti i film, ma in questi in particolare).
Più che parlare dei film parlerò delle vicende rappresentate, delle scelte che i personaggi hanno compiuto e di ciò che possono significare per noi.
Into The Wild è la ricostruzione della storia di Christopher Johnson McCandless, conosciuto anche come Alexander Supertramp. La sua è la storia di un viaggio durato due anni, tra gli Stati Uniti e il Messico del Nord e finito tragicamente nel 1992 in Alaska.
Grizzly Man è un documentario basato sulle 100 ore di riprese che Timothy Treadwell ha eseguito durante le tredici estati trascorse tra gli orsi Grizzly dell’Alaska. La sua storia finisce nel 2003, quando viene sbranato da un orso.
I diari della motocicletta è la ricostruzione del celebre viaggio nell’America del Sud intrapreso dal giovane Ernesto “Che” Guevara e dall’amico Alberto Granado.
Grizzly Man e Into The Wild sono molto più vicini tra di loro rispetto a I diari della motocicletta. Hanno innanzitutto in comune l’ambientazione: la magica Alaska. Poi la fine tragica dei protagonisti. Il primo è però un documentario, il secondo una ricostruzione. Into The Wild ha invece in comune con I diari della motocicletta il tema del viaggio “on the road”, aspetto che in Grizzly Man è molto più attenuato.
Quello che più mi ha interessato è il fatto che tutti e tre i film presentano scelte di vita radicali, gesti esemplari e ricchi di senso. La scelta di Chris McCandless è quella di isolarsi dal mondo civile, fatto di bisogni per lui fin troppo esteriori da poter essere messi al primo posto nella sua scala delle priorità. Sceglie di andarsene, di mettersi in viaggio e stabilirsi in un luogo isolato e ostile. Timothy Treadwell compie la stessa scelta: per un periodo dell’anno taglia i ponti con il mondo e va a vivere solo con gli orsi (poi in realtà lo seguirà la sua compagna, che morirà con lui). Ernesto Guevara e Alberto Granado partono per un lungo viaggio a bordo di una motocicletta scassata. Si abbandona la propria terra per inoltrarsi nell’ignoto di un’esperienza che segna profondamente e che è carica di un alone direi mistico. Come non pensare a San Francesco quando McCandles si spoglia di tutti i suoi averi e dona i suoi 24.000 dollari di risparmi all’Oxfam International. Treadwell tenta di stabilire un rapporto del tutto inedito con la natura e gli orsi, vorrebbe essere uno di loro e alla fine viene divorato e questa morte ha il senso di un sacrificio, di un rito.
Esperienze di viaggio del genere sono completamente diverse da come siamo abituati ora a viaggiare: andiamo all’aeroporto per prendere un aereo che ci porta direttamente da un punto A a un punto B del globo terrestre. Dopo aver visitato il punto B seguendo gli itinerari turistici riprendiamo l’aereo per tornare nel punto A e molestare parenti e amici con le foto della gita (non chiamiamola viaggio). C’è poi il particolare delle cartoline che arrivano dopo il corpo di chi le ha spedite, sono totalmente inutili.
Per Ernesto Guevara la lettera era l’unico modo per comunicare con la famiglia. Il viaggio “on the road” è di tutt’altra natura. Si lotta per sopravvivere in un continuo sprezzo per la salvaguardia del proprio corpo. La meta da raggiungere è ad ogni passo, ad ogni palmo di terra calpestato. La meta è nel tragitto.
Un altro aspetto fondamentale è la scelta della solitudine. McCandless non cerca un compagno di viaggio. Taglia completamente i ponti con gli amici e la famiglia. Stringe solo brevi e intense amicizie con chi incontra per strada. La sua vita è nel viaggio. Treadwell è solo con gli orsi…come a voler suggerire che quelle bestie feroci sono migliori degli uomini.
Scelte di vita del genere e viaggi del genere erano frequenti in passato, basti pensare alla generazione beat e a Kerouac. Per non parlare dei viaggi incredibili dei naturalisti dell’800, Darwin primo fra tutti.
Ora sono pochi capaci di imprese simili. Il viaggio deve essere comodo. Vorrei ricordare che esistono dei treppiedi che ti reggono la busta dell’immondizia quando sei in campeggio…non si fa prima a starsene a casa?
lunedì 27 luglio 2009
L’Eminem francese escluso dal festival.
Il rapper Orlesan, considerato l’Eminem Francese è stato escluso all’ultimo momento dal Les Francofolies Festival, uno dei più importanti festival musicali della Francia. Il Festival si è svolto dal 10 al 14 Luglio a La Rochelle, nella parte occidentale della Francia. Era prevista anche la partecipazione di Orlesan ma gli organizzatori hanno cambiato idea dopo una lettera di Ségolène Royal, che governa la regione in cui si svolge il festival. I motivi derivano dai testi violenti e osceni delle canzoni di Orlesan. Il dibattito è acceso: è giusto censurare artisti come Orlesan? C’è un limite alla creatività e alla libertà di espressione?
Anche se questo diritto è sancito dalle costituzioni dei paesi democratici, molto spesso viene palesemente ignorato. Il caso di Orlesan sembra essere uno di questi. La sua fama è legata ad una canzone il cui video ha spopolato su youtube nel marzo di quest’anno: Sale Pute (“Sale” sta per sporca, “Pute” per puttana). Si tratta di un brano ricco di offese alle donne, pieno di parolacce e offese nei confronti del gentil sesso. Nel video Orelsan impugna una bottiglia vuota di whisky e canta le seguenti parole (traduzione in inglese):
You’re just a slut, slut, slut...
If I break your arm, consider that we parted on good terms
I hate you,
I want you to die a slow death,
I want you to get pregnant and lose the baby
We’ll see how you manage when your legs are broken, sweetie
I want to see you go back burning in flames”
“You are just a pig who should go straight to the slaughter house
I am going to get you pregnant
and then abort you with a shepherd’s knife
Questa canzone ha naturalmente suscitato le proteste delle associazioni femministe e la richiesta di eliminare il video da youtube. Orelsan si difende sostenendo che si tratta di roba vecchia di due anni e riferita ad una amore finito male. Non era sua intenzione incitare alla violenza sulle donne.
La materia è delicata perché va a toccare direttamente la libertà di espressione. C’è un limite a questa libertà? Se c’è, chi è a decidere questi limiti? E’ giusto che siano le autorità a scegliere cosa sia giusto e cosa sbagliato?
L’atteggiamento del’autorità è un po’ quello del genitore, del padre che per il bene del figlio gli dice cosa è meglio ascoltare e cosa invece no. Il cittadino ha bisogno di questa protezione? E’ giusto negare il palcoscenico a artisti come Eminem, Manson o Orlesan? Sono davvero elementi così minacciosi per la società?
domenica 26 luglio 2009
La censura musicale in Italia. La religione.
Negli scorsi articoli abbiamo preso in considerazione alcuni importanti casi di censura nella musica italiana riferiti alla sfera del sesso e della politica. In questo articolo tocchiamo il tema delicato della religione. In un paese come l'Italia, che ospita la sede papale e che ha una storia legata indissolubilmente alla chiesa, le corde che riguardano la fede e la religione sono molto tese e basta un nulla per farle vibrare pericolosamente. Vedremo che i censori intervengono in modo spesso ridicolo e inspiegabile, spesso dove non serve affatto.
Negli anni sessanta basta poco per essere tacciati di offesa alla religione: Tony Dallara ha dovuto sostituire "Ave Maria" con Anima mia" in La Novia. Nel 1963 Don Backy partecipa al film con Totò Il monaco di Monza e canta in duetto con Celentano La carità. Il brano viene epurato da radio e tv perché in quella scena Celentano e Don Backy erano vestiti da frati e ballavano.
Un caso di censura famoso è Dio è morto di Guccini. Il caso è emblematico: i censori della RAI evidentemente si fermarono al titolo e alla prima strofa "ai bordi delle strade, nelle auto prese a rate, nei miti dell'estate Dio è morto" e decisero l'inevitabile oscuramento. La Radio Vaticana invece la trasmette perché evidentemente lì le canzoni le ascoltavano e i versi successivi "se muore è per tre giorni, e poi risorge, in ciò che noi crediamo, Dio è risorto, in ciò che noi vogliamo Dio è risorto" non vengono considerati blasfemi.
Un caso simpatico è quello dei Dik Dik che avevano tradotto la canzone di Neil Diamond If I Were A Carpenter che in italiano era diventato Se io fossi un falegname. Vietato accennare alla figura di Cristo. Il verso "Se io fossi un falegname e tu ti chiamassi Maria" deve diventare "Se io fossi un falegname e tu una signora". Per non parlare di Baglioni e della terribile frase "Dio, tu stai nascendo e muoio io" in Notte di Natale. Ma che c'è di male?
Nel 1971 viene censurata la canzone di Lucio Dalla 4/3/1949. Il titolo originale era Gesù Bambino. Inoltre i versi "Adesso Bestemmio e bevo vino/Per i ladri e le puttane mi chiamo Gesù Bambino" diventano "Adesso gioco a carte e bevo vino/ Per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino". Anche il verso "Giocava alla Madonna con un Bimbo da Fasciare" fu tramutata in "Giocava s far la donna con un bimbo da fasciare".
Nel 1978 Enrico Ruggeri non poteva proprio chiamare una canzone Paparock e in copertina il titolo viene oscurato dalla scritta "testo censurato" e la parte cantata viene resa incomprensibile in fase di missaggio. Probabilmente fu una provocazione.
domenica 19 luglio 2009
La censura musicale in Italia. La politica.
Dopo aver parlato dei casi di censura in Italia legati alla sfera sessuale passiamo alla politica. Tralasciamo gli anni del fascismo in cui Luis Armstrong veniva tradotto con Luigi Braccioforte e Benny Goodman con Beniamino Buonuomo (e David Bowie sarebbe stato Davide Bove) e in cui tutta la musica americana e quindi il jazz non venivano messi in onda e iniziamo dagli anni Sessanta. L’Italia è diventato ormai un paese democratico ed ha cavalcato il suo boom economico.
Giorgio Gaber con la canzone Il coscritto presentava un giovane fin troppo riluttante a servire la patria perché in paese lo aspettava la ‘morosa. Censura e seguito di polemiche in parlamento.
Nel 1966 avviene la famosa censura politica alla canzone che ha portò al successo Gianni Morandi, C’era un ragazzo che come me amava i Beatle e i Rolling Stones. Ci fu un’interrogazione parlamentare a causa del verso “Mi han detto vai nel Vietnam e spara ai Vietcong” accusato di criticare la politica “estera di un paese amico come gli Stati Uniti”. Ma il verso sostitutivo era forse più incisivo e provocante dell’originale: “Mi han detto vai nel tatatà e spara ai tatatà”, furono sostituite le parole scomode con il verso della mitragliatrice.
Per chi conosce il passato di Demetrio Stratos nei Ribelli sicuramente conoscerà la canzone Pugni Chiusi. Qualcuno sorriderà alla notizia che in realtà il titolo sarebbe dovuto essere Pugno Chiuso, con un orientamento facile da intuire.
Un esempio dell’assurdità della censura dell’epoca: I Giganti furono esclusi dal Cantagiro a causa di una canzone Io e il presidente che con il verso Oggi non sei niente e domani sei Presidente”, esprimeva il concetto, sancito dalla Costituzione, che chiunque può aspirare a quella carica.
Un altro esempio è ai limiti del ridicolo: il 1970 fu l’anno della legge sul divorzio e Franco Franchi fu costretto a modificare i versi “Appena ‘a legge approvano i’ voglio divorzià”. Però il titolo della canzone resto lo stesso ‘O divorzio. Sempre in tema di divorzio il caso di Gigliola Cinquetti oltrepassa di gran lunga il ridicolo: fu bloccato l’Eurofestival perché la sua canzone dal titolo Sì, poteva sembrare un’indicazione di voto.
Nel 1978 tocca a Patti Pravo e a Rino Gaetano: il brano Miss italia conteneva troppi attacchi alla Democrazia Cristiana e Nun te reggae più un elenco troppo offensivo di personaggi politici. In seguito furono aggiunti anche personaggi della tv e della mondanità.
Nel 1980 venne boicottata la canzone di Gaber Io se fossi Dio. Si tratta di un lungo talking blues pieno di invettive ai partiti e ai politici. La che colpisce di più è sicuramente quella su Aldo Moro, ucciso solo due anni prima dalle brigate Rosse: “Io se fossi Dio avrei ancora il coraggio di dire che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia Cristiana è il responsabile maggiore di trent’anni di cancrena italiana”.
Arriviamo ad anni più vicini a noi: primo maggio 1991, salgono sul palco del mega concerto Elio e le storie Tese e iniziano a suonare Cara ti amo, ma è solo una finta, ben presto inizia un’invettiva contro alcuni scandali politici dell’epoca con tanto di nomi e cognomi. La regia interrompe la diretta con delle interviste.
Nel 2004 il concerto del primo maggio fu mandato in differita invece che in diretta. L’anno precedente, poco dopo l’invasione dell’Iraq, Daniele Silvestri e Meg dei 99 Posse fecero dichiarazioni ostili alla guerra e al governo. Meglio avere un po’ di tempo per riparare a eventuali guai del genere.
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