Coloro che sono in più stretto contatto con questo blog hanno facilmente notato che non viene più aggiornato da un bel po' di tempo...è abbandonato, lasciato alla deriva.
Gestire un blog richiede una grande costanza, ogni giorno bisogna aggiornare i contenuti.
La mia resistenza è stata fortemente messa alla prova da un lutto importantissimo che mi ha allontanato da tutte le attività non strettamente indispensabili e che richiedono concentrazione e costanza e voglia.
Ora pian piano si riprende a girare ma ancora non sò se riprendere a pubblicare come prima, se lasciare il blog così com'è o se chiuderlo addirittura.
Si deve prima riacquistare la voglia necessaria, poi si vedrà.
venerdì 18 settembre 2009
Perchè questo blog è alla deriva.
sabato 1 agosto 2009
L'improvvisazione in teatro non esiste.
mercoledì 29 luglio 2009
"Into The Wild", "Grizzly Man" e "I diari della motocicletta".
I tre film che ho indicato nel titolo gli ho visti di recente e offrono riflessioni sul tema del viaggio, della fuga dalla società e della solitudine come scelta di vita. Molti di voi gli avranno visti, si tratta di film usciti di recente con un’ampia diffusione. I film sono: Into the Wild, Grizzly Man e I diari della motocicletta. Son tre film che hanno in comune il fatto di essere basati su vicende e persone realmente esistite, che pongono la natura e le sue manifestazioni quasi come personaggio a sé, determinante nella riuscita e nella bellezza della pellicola. Tre film che rendono a pieno se visti al cinema, con schermi molto grandi (varrebbe per tutti i film, ma in questi in particolare).
Più che parlare dei film parlerò delle vicende rappresentate, delle scelte che i personaggi hanno compiuto e di ciò che possono significare per noi.
Into The Wild è la ricostruzione della storia di Christopher Johnson McCandless, conosciuto anche come Alexander Supertramp. La sua è la storia di un viaggio durato due anni, tra gli Stati Uniti e il Messico del Nord e finito tragicamente nel 1992 in Alaska.
Grizzly Man è un documentario basato sulle 100 ore di riprese che Timothy Treadwell ha eseguito durante le tredici estati trascorse tra gli orsi Grizzly dell’Alaska. La sua storia finisce nel 2003, quando viene sbranato da un orso.
I diari della motocicletta è la ricostruzione del celebre viaggio nell’America del Sud intrapreso dal giovane Ernesto “Che” Guevara e dall’amico Alberto Granado.
Grizzly Man e Into The Wild sono molto più vicini tra di loro rispetto a I diari della motocicletta. Hanno innanzitutto in comune l’ambientazione: la magica Alaska. Poi la fine tragica dei protagonisti. Il primo è però un documentario, il secondo una ricostruzione. Into The Wild ha invece in comune con I diari della motocicletta il tema del viaggio “on the road”, aspetto che in Grizzly Man è molto più attenuato.
Quello che più mi ha interessato è il fatto che tutti e tre i film presentano scelte di vita radicali, gesti esemplari e ricchi di senso. La scelta di Chris McCandless è quella di isolarsi dal mondo civile, fatto di bisogni per lui fin troppo esteriori da poter essere messi al primo posto nella sua scala delle priorità. Sceglie di andarsene, di mettersi in viaggio e stabilirsi in un luogo isolato e ostile. Timothy Treadwell compie la stessa scelta: per un periodo dell’anno taglia i ponti con il mondo e va a vivere solo con gli orsi (poi in realtà lo seguirà la sua compagna, che morirà con lui). Ernesto Guevara e Alberto Granado partono per un lungo viaggio a bordo di una motocicletta scassata. Si abbandona la propria terra per inoltrarsi nell’ignoto di un’esperienza che segna profondamente e che è carica di un alone direi mistico. Come non pensare a San Francesco quando McCandles si spoglia di tutti i suoi averi e dona i suoi 24.000 dollari di risparmi all’Oxfam International. Treadwell tenta di stabilire un rapporto del tutto inedito con la natura e gli orsi, vorrebbe essere uno di loro e alla fine viene divorato e questa morte ha il senso di un sacrificio, di un rito.
Esperienze di viaggio del genere sono completamente diverse da come siamo abituati ora a viaggiare: andiamo all’aeroporto per prendere un aereo che ci porta direttamente da un punto A a un punto B del globo terrestre. Dopo aver visitato il punto B seguendo gli itinerari turistici riprendiamo l’aereo per tornare nel punto A e molestare parenti e amici con le foto della gita (non chiamiamola viaggio). C’è poi il particolare delle cartoline che arrivano dopo il corpo di chi le ha spedite, sono totalmente inutili.
Per Ernesto Guevara la lettera era l’unico modo per comunicare con la famiglia. Il viaggio “on the road” è di tutt’altra natura. Si lotta per sopravvivere in un continuo sprezzo per la salvaguardia del proprio corpo. La meta da raggiungere è ad ogni passo, ad ogni palmo di terra calpestato. La meta è nel tragitto.
Un altro aspetto fondamentale è la scelta della solitudine. McCandless non cerca un compagno di viaggio. Taglia completamente i ponti con gli amici e la famiglia. Stringe solo brevi e intense amicizie con chi incontra per strada. La sua vita è nel viaggio. Treadwell è solo con gli orsi…come a voler suggerire che quelle bestie feroci sono migliori degli uomini.
Scelte di vita del genere e viaggi del genere erano frequenti in passato, basti pensare alla generazione beat e a Kerouac. Per non parlare dei viaggi incredibili dei naturalisti dell’800, Darwin primo fra tutti.
Ora sono pochi capaci di imprese simili. Il viaggio deve essere comodo. Vorrei ricordare che esistono dei treppiedi che ti reggono la busta dell’immondizia quando sei in campeggio…non si fa prima a starsene a casa?
lunedì 27 luglio 2009
L’Eminem francese escluso dal festival.
Il rapper Orlesan, considerato l’Eminem Francese è stato escluso all’ultimo momento dal Les Francofolies Festival, uno dei più importanti festival musicali della Francia. Il Festival si è svolto dal 10 al 14 Luglio a La Rochelle, nella parte occidentale della Francia. Era prevista anche la partecipazione di Orlesan ma gli organizzatori hanno cambiato idea dopo una lettera di Ségolène Royal, che governa la regione in cui si svolge il festival. I motivi derivano dai testi violenti e osceni delle canzoni di Orlesan. Il dibattito è acceso: è giusto censurare artisti come Orlesan? C’è un limite alla creatività e alla libertà di espressione?
Anche se questo diritto è sancito dalle costituzioni dei paesi democratici, molto spesso viene palesemente ignorato. Il caso di Orlesan sembra essere uno di questi. La sua fama è legata ad una canzone il cui video ha spopolato su youtube nel marzo di quest’anno: Sale Pute (“Sale” sta per sporca, “Pute” per puttana). Si tratta di un brano ricco di offese alle donne, pieno di parolacce e offese nei confronti del gentil sesso. Nel video Orelsan impugna una bottiglia vuota di whisky e canta le seguenti parole (traduzione in inglese):
You’re just a slut, slut, slut...
If I break your arm, consider that we parted on good terms
I hate you,
I want you to die a slow death,
I want you to get pregnant and lose the baby
We’ll see how you manage when your legs are broken, sweetie
I want to see you go back burning in flames”
“You are just a pig who should go straight to the slaughter house
I am going to get you pregnant
and then abort you with a shepherd’s knife
Questa canzone ha naturalmente suscitato le proteste delle associazioni femministe e la richiesta di eliminare il video da youtube. Orelsan si difende sostenendo che si tratta di roba vecchia di due anni e riferita ad una amore finito male. Non era sua intenzione incitare alla violenza sulle donne.
La materia è delicata perché va a toccare direttamente la libertà di espressione. C’è un limite a questa libertà? Se c’è, chi è a decidere questi limiti? E’ giusto che siano le autorità a scegliere cosa sia giusto e cosa sbagliato?
L’atteggiamento del’autorità è un po’ quello del genitore, del padre che per il bene del figlio gli dice cosa è meglio ascoltare e cosa invece no. Il cittadino ha bisogno di questa protezione? E’ giusto negare il palcoscenico a artisti come Eminem, Manson o Orlesan? Sono davvero elementi così minacciosi per la società?
domenica 26 luglio 2009
La censura musicale in Italia. La religione.
Negli scorsi articoli abbiamo preso in considerazione alcuni importanti casi di censura nella musica italiana riferiti alla sfera del sesso e della politica. In questo articolo tocchiamo il tema delicato della religione. In un paese come l'Italia, che ospita la sede papale e che ha una storia legata indissolubilmente alla chiesa, le corde che riguardano la fede e la religione sono molto tese e basta un nulla per farle vibrare pericolosamente. Vedremo che i censori intervengono in modo spesso ridicolo e inspiegabile, spesso dove non serve affatto.
Negli anni sessanta basta poco per essere tacciati di offesa alla religione: Tony Dallara ha dovuto sostituire "Ave Maria" con Anima mia" in La Novia. Nel 1963 Don Backy partecipa al film con Totò Il monaco di Monza e canta in duetto con Celentano La carità. Il brano viene epurato da radio e tv perché in quella scena Celentano e Don Backy erano vestiti da frati e ballavano.
Un caso di censura famoso è Dio è morto di Guccini. Il caso è emblematico: i censori della RAI evidentemente si fermarono al titolo e alla prima strofa "ai bordi delle strade, nelle auto prese a rate, nei miti dell'estate Dio è morto" e decisero l'inevitabile oscuramento. La Radio Vaticana invece la trasmette perché evidentemente lì le canzoni le ascoltavano e i versi successivi "se muore è per tre giorni, e poi risorge, in ciò che noi crediamo, Dio è risorto, in ciò che noi vogliamo Dio è risorto" non vengono considerati blasfemi.
Un caso simpatico è quello dei Dik Dik che avevano tradotto la canzone di Neil Diamond If I Were A Carpenter che in italiano era diventato Se io fossi un falegname. Vietato accennare alla figura di Cristo. Il verso "Se io fossi un falegname e tu ti chiamassi Maria" deve diventare "Se io fossi un falegname e tu una signora". Per non parlare di Baglioni e della terribile frase "Dio, tu stai nascendo e muoio io" in Notte di Natale. Ma che c'è di male?
Nel 1971 viene censurata la canzone di Lucio Dalla 4/3/1949. Il titolo originale era Gesù Bambino. Inoltre i versi "Adesso Bestemmio e bevo vino/Per i ladri e le puttane mi chiamo Gesù Bambino" diventano "Adesso gioco a carte e bevo vino/ Per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino". Anche il verso "Giocava alla Madonna con un Bimbo da Fasciare" fu tramutata in "Giocava s far la donna con un bimbo da fasciare".
Nel 1978 Enrico Ruggeri non poteva proprio chiamare una canzone Paparock e in copertina il titolo viene oscurato dalla scritta "testo censurato" e la parte cantata viene resa incomprensibile in fase di missaggio. Probabilmente fu una provocazione.



