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lunedì 26 ottobre 2009
Perchè l'uomo è così altruista?

venerdì 18 settembre 2009
Perchè questo blog è alla deriva.
Coloro che sono in più stretto contatto con questo blog hanno facilmente notato che non viene più aggiornato da un bel po' di tempo...è abbandonato, lasciato alla deriva.
Gestire un blog richiede una grande costanza, ogni giorno bisogna aggiornare i contenuti.
La mia resistenza è stata fortemente messa alla prova da un lutto importantissimo che mi ha allontanato da tutte le attività non strettamente indispensabili e che richiedono concentrazione e costanza e voglia.
Ora pian piano si riprende a girare ma ancora non sò se riprendere a pubblicare come prima, se lasciare il blog così com'è o se chiuderlo addirittura.
Si deve prima riacquistare la voglia necessaria, poi si vedrà.
sabato 1 agosto 2009
L'improvvisazione in teatro non esiste.
mercoledì 29 luglio 2009
"Into The Wild", "Grizzly Man" e "I diari della motocicletta".
I tre film che ho indicato nel titolo gli ho visti di recente e offrono riflessioni sul tema del viaggio, della fuga dalla società e della solitudine come scelta di vita. Molti di voi gli avranno visti, si tratta di film usciti di recente con un’ampia diffusione. I film sono: Into the Wild, Grizzly Man e I diari della motocicletta. Son tre film che hanno in comune il fatto di essere basati su vicende e persone realmente esistite, che pongono la natura e le sue manifestazioni quasi come personaggio a sé, determinante nella riuscita e nella bellezza della pellicola. Tre film che rendono a pieno se visti al cinema, con schermi molto grandi (varrebbe per tutti i film, ma in questi in particolare).
Più che parlare dei film parlerò delle vicende rappresentate, delle scelte che i personaggi hanno compiuto e di ciò che possono significare per noi.
Into The Wild è la ricostruzione della storia di Christopher Johnson McCandless, conosciuto anche come Alexander Supertramp. La sua è la storia di un viaggio durato due anni, tra gli Stati Uniti e il Messico del Nord e finito tragicamente nel 1992 in Alaska.
Grizzly Man è un documentario basato sulle 100 ore di riprese che Timothy Treadwell ha eseguito durante le tredici estati trascorse tra gli orsi Grizzly dell’Alaska. La sua storia finisce nel 2003, quando viene sbranato da un orso.
I diari della motocicletta è la ricostruzione del celebre viaggio nell’America del Sud intrapreso dal giovane Ernesto “Che” Guevara e dall’amico Alberto Granado.
Grizzly Man e Into The Wild sono molto più vicini tra di loro rispetto a I diari della motocicletta. Hanno innanzitutto in comune l’ambientazione: la magica Alaska. Poi la fine tragica dei protagonisti. Il primo è però un documentario, il secondo una ricostruzione. Into The Wild ha invece in comune con I diari della motocicletta il tema del viaggio “on the road”, aspetto che in Grizzly Man è molto più attenuato.
Quello che più mi ha interessato è il fatto che tutti e tre i film presentano scelte di vita radicali, gesti esemplari e ricchi di senso. La scelta di Chris McCandless è quella di isolarsi dal mondo civile, fatto di bisogni per lui fin troppo esteriori da poter essere messi al primo posto nella sua scala delle priorità. Sceglie di andarsene, di mettersi in viaggio e stabilirsi in un luogo isolato e ostile. Timothy Treadwell compie la stessa scelta: per un periodo dell’anno taglia i ponti con il mondo e va a vivere solo con gli orsi (poi in realtà lo seguirà la sua compagna, che morirà con lui). Ernesto Guevara e Alberto Granado partono per un lungo viaggio a bordo di una motocicletta scassata. Si abbandona la propria terra per inoltrarsi nell’ignoto di un’esperienza che segna profondamente e che è carica di un alone direi mistico. Come non pensare a San Francesco quando McCandles si spoglia di tutti i suoi averi e dona i suoi 24.000 dollari di risparmi all’Oxfam International. Treadwell tenta di stabilire un rapporto del tutto inedito con la natura e gli orsi, vorrebbe essere uno di loro e alla fine viene divorato e questa morte ha il senso di un sacrificio, di un rito.
Esperienze di viaggio del genere sono completamente diverse da come siamo abituati ora a viaggiare: andiamo all’aeroporto per prendere un aereo che ci porta direttamente da un punto A a un punto B del globo terrestre. Dopo aver visitato il punto B seguendo gli itinerari turistici riprendiamo l’aereo per tornare nel punto A e molestare parenti e amici con le foto della gita (non chiamiamola viaggio). C’è poi il particolare delle cartoline che arrivano dopo il corpo di chi le ha spedite, sono totalmente inutili.
Per Ernesto Guevara la lettera era l’unico modo per comunicare con la famiglia. Il viaggio “on the road” è di tutt’altra natura. Si lotta per sopravvivere in un continuo sprezzo per la salvaguardia del proprio corpo. La meta da raggiungere è ad ogni passo, ad ogni palmo di terra calpestato. La meta è nel tragitto.
Un altro aspetto fondamentale è la scelta della solitudine. McCandless non cerca un compagno di viaggio. Taglia completamente i ponti con gli amici e la famiglia. Stringe solo brevi e intense amicizie con chi incontra per strada. La sua vita è nel viaggio. Treadwell è solo con gli orsi…come a voler suggerire che quelle bestie feroci sono migliori degli uomini.
Scelte di vita del genere e viaggi del genere erano frequenti in passato, basti pensare alla generazione beat e a Kerouac. Per non parlare dei viaggi incredibili dei naturalisti dell’800, Darwin primo fra tutti.
Ora sono pochi capaci di imprese simili. Il viaggio deve essere comodo. Vorrei ricordare che esistono dei treppiedi che ti reggono la busta dell’immondizia quando sei in campeggio…non si fa prima a starsene a casa?
lunedì 27 luglio 2009
L’Eminem francese escluso dal festival.
Il rapper Orlesan, considerato l’Eminem Francese è stato escluso all’ultimo momento dal Les Francofolies Festival, uno dei più importanti festival musicali della Francia. Il Festival si è svolto dal 10 al 14 Luglio a La Rochelle, nella parte occidentale della Francia. Era prevista anche la partecipazione di Orlesan ma gli organizzatori hanno cambiato idea dopo una lettera di Ségolène Royal, che governa la regione in cui si svolge il festival. I motivi derivano dai testi violenti e osceni delle canzoni di Orlesan. Il dibattito è acceso: è giusto censurare artisti come Orlesan? C’è un limite alla creatività e alla libertà di espressione?
Anche se questo diritto è sancito dalle costituzioni dei paesi democratici, molto spesso viene palesemente ignorato. Il caso di Orlesan sembra essere uno di questi. La sua fama è legata ad una canzone il cui video ha spopolato su youtube nel marzo di quest’anno: Sale Pute (“Sale” sta per sporca, “Pute” per puttana). Si tratta di un brano ricco di offese alle donne, pieno di parolacce e offese nei confronti del gentil sesso. Nel video Orelsan impugna una bottiglia vuota di whisky e canta le seguenti parole (traduzione in inglese):
You’re just a slut, slut, slut...
If I break your arm, consider that we parted on good terms
I hate you,
I want you to die a slow death,
I want you to get pregnant and lose the baby
We’ll see how you manage when your legs are broken, sweetie
I want to see you go back burning in flames”
“You are just a pig who should go straight to the slaughter house
I am going to get you pregnant
and then abort you with a shepherd’s knife
Questa canzone ha naturalmente suscitato le proteste delle associazioni femministe e la richiesta di eliminare il video da youtube. Orelsan si difende sostenendo che si tratta di roba vecchia di due anni e riferita ad una amore finito male. Non era sua intenzione incitare alla violenza sulle donne.
La materia è delicata perché va a toccare direttamente la libertà di espressione. C’è un limite a questa libertà? Se c’è, chi è a decidere questi limiti? E’ giusto che siano le autorità a scegliere cosa sia giusto e cosa sbagliato?
L’atteggiamento del’autorità è un po’ quello del genitore, del padre che per il bene del figlio gli dice cosa è meglio ascoltare e cosa invece no. Il cittadino ha bisogno di questa protezione? E’ giusto negare il palcoscenico a artisti come Eminem, Manson o Orlesan? Sono davvero elementi così minacciosi per la società?
domenica 26 luglio 2009
La censura musicale in Italia. La religione.
Negli scorsi articoli abbiamo preso in considerazione alcuni importanti casi di censura nella musica italiana riferiti alla sfera del sesso e della politica. In questo articolo tocchiamo il tema delicato della religione. In un paese come l'Italia, che ospita la sede papale e che ha una storia legata indissolubilmente alla chiesa, le corde che riguardano la fede e la religione sono molto tese e basta un nulla per farle vibrare pericolosamente. Vedremo che i censori intervengono in modo spesso ridicolo e inspiegabile, spesso dove non serve affatto.
Negli anni sessanta basta poco per essere tacciati di offesa alla religione: Tony Dallara ha dovuto sostituire "Ave Maria" con Anima mia" in La Novia. Nel 1963 Don Backy partecipa al film con Totò Il monaco di Monza e canta in duetto con Celentano La carità. Il brano viene epurato da radio e tv perché in quella scena Celentano e Don Backy erano vestiti da frati e ballavano.
Un caso di censura famoso è Dio è morto di Guccini. Il caso è emblematico: i censori della RAI evidentemente si fermarono al titolo e alla prima strofa "ai bordi delle strade, nelle auto prese a rate, nei miti dell'estate Dio è morto" e decisero l'inevitabile oscuramento. La Radio Vaticana invece la trasmette perché evidentemente lì le canzoni le ascoltavano e i versi successivi "se muore è per tre giorni, e poi risorge, in ciò che noi crediamo, Dio è risorto, in ciò che noi vogliamo Dio è risorto" non vengono considerati blasfemi.
Un caso simpatico è quello dei Dik Dik che avevano tradotto la canzone di Neil Diamond If I Were A Carpenter che in italiano era diventato Se io fossi un falegname. Vietato accennare alla figura di Cristo. Il verso "Se io fossi un falegname e tu ti chiamassi Maria" deve diventare "Se io fossi un falegname e tu una signora". Per non parlare di Baglioni e della terribile frase "Dio, tu stai nascendo e muoio io" in Notte di Natale. Ma che c'è di male?
Nel 1971 viene censurata la canzone di Lucio Dalla 4/3/1949. Il titolo originale era Gesù Bambino. Inoltre i versi "Adesso Bestemmio e bevo vino/Per i ladri e le puttane mi chiamo Gesù Bambino" diventano "Adesso gioco a carte e bevo vino/ Per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino". Anche il verso "Giocava alla Madonna con un Bimbo da Fasciare" fu tramutata in "Giocava s far la donna con un bimbo da fasciare".
Nel 1978 Enrico Ruggeri non poteva proprio chiamare una canzone Paparock e in copertina il titolo viene oscurato dalla scritta "testo censurato" e la parte cantata viene resa incomprensibile in fase di missaggio. Probabilmente fu una provocazione.
domenica 19 luglio 2009
La censura musicale in Italia. La politica.
Dopo aver parlato dei casi di censura in Italia legati alla sfera sessuale passiamo alla politica. Tralasciamo gli anni del fascismo in cui Luis Armstrong veniva tradotto con Luigi Braccioforte e Benny Goodman con Beniamino Buonuomo (e David Bowie sarebbe stato Davide Bove) e in cui tutta la musica americana e quindi il jazz non venivano messi in onda e iniziamo dagli anni Sessanta. L’Italia è diventato ormai un paese democratico ed ha cavalcato il suo boom economico.
Giorgio Gaber con la canzone Il coscritto presentava un giovane fin troppo riluttante a servire la patria perché in paese lo aspettava la ‘morosa. Censura e seguito di polemiche in parlamento.
Nel 1966 avviene la famosa censura politica alla canzone che ha portò al successo Gianni Morandi, C’era un ragazzo che come me amava i Beatle e i Rolling Stones. Ci fu un’interrogazione parlamentare a causa del verso “Mi han detto vai nel Vietnam e spara ai Vietcong” accusato di criticare la politica “estera di un paese amico come gli Stati Uniti”. Ma il verso sostitutivo era forse più incisivo e provocante dell’originale: “Mi han detto vai nel tatatà e spara ai tatatà”, furono sostituite le parole scomode con il verso della mitragliatrice.
Per chi conosce il passato di Demetrio Stratos nei Ribelli sicuramente conoscerà la canzone Pugni Chiusi. Qualcuno sorriderà alla notizia che in realtà il titolo sarebbe dovuto essere Pugno Chiuso, con un orientamento facile da intuire.
Un esempio dell’assurdità della censura dell’epoca: I Giganti furono esclusi dal Cantagiro a causa di una canzone Io e il presidente che con il verso Oggi non sei niente e domani sei Presidente”, esprimeva il concetto, sancito dalla Costituzione, che chiunque può aspirare a quella carica.
Un altro esempio è ai limiti del ridicolo: il 1970 fu l’anno della legge sul divorzio e Franco Franchi fu costretto a modificare i versi “Appena ‘a legge approvano i’ voglio divorzià”. Però il titolo della canzone resto lo stesso ‘O divorzio. Sempre in tema di divorzio il caso di Gigliola Cinquetti oltrepassa di gran lunga il ridicolo: fu bloccato l’Eurofestival perché la sua canzone dal titolo Sì, poteva sembrare un’indicazione di voto.
Nel 1978 tocca a Patti Pravo e a Rino Gaetano: il brano Miss italia conteneva troppi attacchi alla Democrazia Cristiana e Nun te reggae più un elenco troppo offensivo di personaggi politici. In seguito furono aggiunti anche personaggi della tv e della mondanità.
Nel 1980 venne boicottata la canzone di Gaber Io se fossi Dio. Si tratta di un lungo talking blues pieno di invettive ai partiti e ai politici. La che colpisce di più è sicuramente quella su Aldo Moro, ucciso solo due anni prima dalle brigate Rosse: “Io se fossi Dio avrei ancora il coraggio di dire che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia Cristiana è il responsabile maggiore di trent’anni di cancrena italiana”.
Arriviamo ad anni più vicini a noi: primo maggio 1991, salgono sul palco del mega concerto Elio e le storie Tese e iniziano a suonare Cara ti amo, ma è solo una finta, ben presto inizia un’invettiva contro alcuni scandali politici dell’epoca con tanto di nomi e cognomi. La regia interrompe la diretta con delle interviste.
Nel 2004 il concerto del primo maggio fu mandato in differita invece che in diretta. L’anno precedente, poco dopo l’invasione dell’Iraq, Daniele Silvestri e Meg dei 99 Posse fecero dichiarazioni ostili alla guerra e al governo. Meglio avere un po’ di tempo per riparare a eventuali guai del genere.
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La censura della musica in Italia. Il sesso.
venerdì 17 luglio 2009
Mostra di teatro giapponese alla Casa dei Teatri, Roma.
Fino al 6 settembre è possibile visitare una bella mostra dal titolo “Il fiore del meraviglioso”, a cura di Yosuke Taki. Questo allestimento racconta attraverso immagini e filmati la straordinaria cultura teatrale giapponese. Per visitare la mostra bisogna recarsi alla Casa dei Teatri, che è situata a Roma, all’interno di Villa Doria Panphilj, nello storico villino Corsini. Questa struttura è molto importante per chi si occupa di spettacolo dal vivo, sia per le mostre che vengono costantemente allestite, sia per la biblioteca dedicata e anche per “L’immemoriale di Carmelo Bene”.
La mostra è molto interessante, anche se non si sviluppa su uno spazio molto grande. Le cose che mi hanno più attirato sono la bacheca con le maschere e il costume nella sala dedicata al Nō e al Kyōgen. I filmati riprodotti in schermi da 17-19 pollici (a occhio), sono per molti versi eccezionali e testimoniano quasi direttamente una cultura spettacolare ignota al grande pubblico che nel corso del Novecento ha stimolato le idee e il lavoro di grandi uomini di teatro occidentali.
Descrivere una mostra del genere mi sembra quasi inutile…anche perché essa stessa è testimone visivo di una forma spettacolare a cui bisognerebbe assistere. Con questo articolo non voglio fare il terzo testimone, sbiadendo ancora di più l’immagine originale, voglio solo informare dell’esistenza di questa mostra…chi si trova a Roma farebbe bene ad andarci.
In formazioni più dettagliate le potete trovare sul sito della Casa dei Teatri a questo indirizzo.
giovedì 16 luglio 2009
L'arte folle di Remi Gaillard
martedì 14 luglio 2009
lunedì 13 luglio 2009
Niccolò Paganini: il violino del diavolo.
domenica 12 luglio 2009
Una settimana senza internet.
I miliardi di seguaci di questo blog si saranno chiesti con un groppo in gola e le lacrime agli occhi il motivo dell'assenza di articoli a partire dal due luglio. Cari fan, la colpa è stata tutta di un fulmine! Già, proprio un fulmine.
giovedì 2 luglio 2009
Beautiful: la serie tv postmoderna.
Oggi mi sono trovato a vedere una puntata di Biutiful. Nell’ultima puntata che avevo visto, mesi fa credo, c’era Rigge Forrestere che con lucida determinazione affermava di aver staccato la spina al padre, ormai cerebralmente morto. Oggi il vecchio Forrestere si aggirava tranquillamente nello schermo, ma non era un fantasma. Ma sono note le acrobazie della sceneggiatura di Biutiful. Ho notato una Teilor veramente brutta, si è rifatta e ha cambiato i connotati.

I personaggi di Biutiful sono quasi tutti plastificati ormai, eternamente giovani, fermi nel tempo. Solo la vecchia lì, si è da tempo arresa ai capelli bianchi. Non condivido questa scelta…se plastica deve essere, che plastica sia! Questo perché, forse non volendo, Biutiful è diventato una serie tv all’avanguardia, oserei dire postmoderna…è una continua celebrazione dell’uomo bionico, le mutazioni fisiche degli attori non hanno nulla da invidiare ai più estremi bodyartist…Teilor davvero mi fa pensare a Mattew Barney…Oggi poi c’è stata una lotta sovrumana tra due ercoli, tra Rigge è un fulgido biondone, ho provato molta apprensione per le protesi facciali di Rigge, attimi di vera paura.
Continua a leggere e lascia un commento...mercoledì 1 luglio 2009
"Giotto o non Giotto" di Dario Fo: cacciato da Assisi.
martedì 30 giugno 2009
Pina Bausch è morta.

lunedì 29 giugno 2009
Il simbolismo di Vsevolod Mejerchol’d.
A questo punto il nostro discorso sul simbolismo come forma alternativa rispetto al naturalismo non può che considerare il lavoro del grande Vsevolod Mejerchol’d. Abbiamo già incontrato il suo nome in un articolo dedicato alla sua tragica morte per mano del regime stalinista e in riferimento alle sperimentazioni di Stanislavskij. Mejerchol’d è ricordato soprattutto per la sua famosa teoria della biomeccanica elaborata nel secondo periodo della sua carriera, quella in cui è vicino alle idee costruttiviste. Il periodo che ci interessa in questo articolo è invece quello che va dal 1905 al 1908, un periodo più prettamente simbolista per Vsevolod Mejerchol’d, impegnato in esperimenti di “teatro della convenzione”.
Dopo esperienze dilettantistiche e dopo essersi diplomato alla scuola d’arte drammatica della Società Filarmonica moscovita diretta da Nemirovič-Dančenko, Vsevolod Mejerchol’d entra a far parte del nascente Teatro d’Arte di Mosca nel 1898. Il suo interesse verso la messinscena naturalista si spegne presto e, anche a causa di contrasti con Stanislavskij, lascia il Teatro d’Arte nel 1902. In questo momento inizia a sperimentare testi di tipo simbolista girando per i teatri di provincia.
Ma la vera occasione per sperimentare le sue prime idee sul teatro gli viene offerta proprio da Stanislavskij che nel 1905 lo chiama per dirigere un Teatro Studio in seno al Teatro d’Arte. Le motivazioni di questa scelta sono già state spiegate in questo post.
Mejerchol’d riceve da Stanislavskij una buona disponibilità di fondi e di materia prima (attori, scenografi e musicisti) e progetta l’allestimento di diversi spettacoli, ma quello che viene ricordato maggiormente è La morte di Tintagiles di Maurice Maeterlinck, drammaturgo simbolista. Come è noto Stanislavskij non restò soddisfatto del lavoro di Mejerchol’d e la compagnia viene sciolta. Mejerchol’d torna in provincia ma continua a sperimentare grazie all’attrice Vera Komissarževskaia che gli affida la direzione del suo Teatro drammatico di Pietroburgo. Qui Mejerchol’d riesce a realizzare le sue messinscena simboliste, si ricorda in particolare l’Hedda Gabler di Ibsen, nel Novembre del 1906.
Le ricerche di Mejerchol’d andavano apertamente in contrasto con il naturalismo del Teatro d’Arte e prendevano la direzione di un “teatro della convenzione”. Vediamo che vuol dire.
Il simbolismo di Mejerchol’d contro il naturalismo. Il “teatro della convenzione”.
Parlando del teatro naturalista, da Antoine a Stanislavskij, abbiamo sempre sottolineato l’influenza che la compagnia dei Meininger ebbe sul lavoro di questi uomini di teatro. Mejerchol’d sottolinea invece le conseguenze deleterie dell’entusiasmo per i Meininger.
C’è un aspetto molto interessante nella critica che Mejerchol’d muove contro il naturalismo: riteneva negativo il fatto che il naturalismo precludesse la partecipazione attiva dello spettatore. La riproduzione fedele e ossessiva del reale spinge a riempire la scena di dettagli scenografici e a rendere una realtà chiusa in se stessa, ben determinata e finita. Mejerchol’d richiama invece la necessità dell’indefinito che spinge lo spettatore a completare ciò che vede con la propria fantasia. Ecco cosa si legge nel suo articolo Il teatro naturalista e il teatro d’atmosfera (Sul teatro, 1913):
“Il teatro naturalista, evidentemente, nega allo spettatore la capacità di completare il disegno e di sognare come quando si ascolta la musica.”
Mejerchol’d incolpa il naturalismo di aver paura del mistero, di tendere a mostrare tutto, a mostrare troppo, non tenendo conto del principio che in arte non bisogna introdurre nulla di superfluo.
Per spiegare meglio il suo pensiero riporta le famose parole di Anton Cechov:
“Il teatro è arte. Kramskoi ha un quadro di genere in cui sono raffigurati dei volti in maniera meravigliosa. Che cosa accadrebbe se si tagliasse il naso dipinto a uno dei volti e lo si sostituisse con uno vero? Il naso sarebbe realistico, ma il quadro sarebbe rovinato”.
Che cosa si intende poi per “teatro della convenzione”? Come è noto il teatro è colmo di convenzioni. Una convenzione è un patto fatto con lo spettatore: gli si chiede di accettare alcune regole. È una convenzione per esempio che se un attore dice una battuta tra sé e sé (gli a parte), gli altri personaggi non sentono ciò che dice, ma gli attori si. Il pubblico diciamo che fa finta che non lo sentano. Il fatto stesso di essere in un teatro è una convenzione: il pubblico deve di volta in volta far finta di trovarsi in un altro luogo. Il teatro naturalista tende a nascondere le convenzioni, a far finta che non esistano, a illudere lo spettatore che il teatro non ci sia, che quello che si sta svolgendo sia un pezzo di vita vera che accade lì e in quel preciso istante.
Il “teatro della convenzione” è invece un teatro che si libera del bisogno di dover nascondere, si semplifica, accetta e sfrutta l’artificialità dell’evento teatrale. Lo spettatore non deve dimenticare di trovarsi di fronte ad un attore che recita. L’attore viene liberato dalla scenografia e da ogni oggetto superfluo e la messinscena è così semplice da poter scendere in strada. Il teatro della convenzione è libero da ogni bisogno di illudere uno spettatore che viene invece chiamato a svolgere un ruolo attivo.
Queste sono in breve le basi del lavoro di Mejerchol’d in questo primo periodo. Vediamo ora come mise in pratica il suo pensiero nel Teatro Studio del 1905 e in seguito nel Teatro Drammatico della Komissarževskaia.
Caratteristiche del teatro simbolista di Mejerchol’d.
Le caratteristiche fondamentali del lavoro di Mejerchol’d si possono cosi schematizzare:
Stilizzazione: la messinscena deve sintetizzare l’atmosfera, l’essenza di un periodo. Si usa quindi un fondale dipinto, pochissimi oggetti di scena e una recitazione che si libera di ogni psicologismo per divenire puro ritmo.
Immobilità: Mejerchol’d auspica un teatro statico che “non si rivela nel massimo sviluppo della azione drammatica e nelle grida strazianti ma, al contrario, nella forma più tranquilla, statica, immobile, e nella parola pronunciata a bassa voce”. Movimenti limitati, quindi, che rifiutano il superfluo e si affidano alle pause, ai silenzi, al non detto.
Bidimensionalità: il palcoscenico è poco profondo, ridotto ad una striscia di proscenio. Gli attori, spogli della loro tridimensionalità, sono ridotti a bassorilievi e agiscono come segni grafici sul fondale dipinto. Perdono di consistenza, quindi di materialità.
Movimento come ritmo: i movimenti e i gesti degli attori non devono rappresentare stati d’animo o psicologici del personaggio. Il movimento per Mejerchol’d è ritmo, come nella danza. Il gesto viene poi reso eloquente e estremamente significativo.
Pur mantenendo la stilizzazione, a partire dagli inizi del 1907, Mejerchold abbandona la bidimensionalità e nella messinscena della Vita dell’uomo di Andrèev, sfrutta il palcoscenico in tutta la sua profondità e utilizza la luce come elemento espressivo.
Verso altre strade.
Con l’abbandono della tridimensionalità il lavoro di Mejerchol’d inizia ad allontanarsi dal simbolismo e si avvicina progressivamente ad altre esperienze e fonti di illuminazioni artistiche. In questo periodo (Dicembre del 1906) Mejerchol’d mette in scena La Baracca dei saltimbanchi di Blok e se da un lato è il momento di maggiore espressione del teatro della convenzione (sul palcoscenico è posto un teatrino in cui si vedono le funi e i verricelli) dall’altro segna il percorso futuro che sarà caratterizzato da un forte interesse per la Commedia dell’Arte.
Quando nel 1908 termina il sodalizio con la Komissarževskaia, si chiude anche il periodo simbolista di Mejerchol’d e si apre la strada che lo porterà alle esperienze e alle pratiche più importanti per il grande regista: il costruttivismo e la biomeccanica.
domenica 28 giugno 2009
La pernacchia di Eduardo De Filippo.
giovedì 25 giugno 2009
L'attrice Farrah Fawcett è morta.
Pochi giorni fa era stata data la notizia che Ryan O’Neil aveva deciso di sposare l’attrice Farrah Fawcett, malata terminale di cancro. Purtroppo ciò non è potuto accadere perché Farrah Fawcett è morta. Erano tre anni che lottava contro un cancro che dal colon si era esteso al fegato. La notizia fa il giro del mondo, come è normale che sia nel caso di un personaggio popolare. La sua storia è stato poi un caso a parte a causa della sua decisione di mettere a nudo la sua lotta contro questa malattia attraverso un documentario, Farrah tory. Notizie più precise e dettagliate le troverete ampliamente in rete. Quello che voglio fare in questo breve spazio e stimolare una riflessione proprio su questa scelta di documentare e rendere pubblica la lotta contro una malattia.
Le critiche che sono state fatte al documentario Farrah’s Story ruotavano intorno ad accuse di sciacallaggio mediatico: in poche parole si contestava il fatto che il mondo dello spettacolo avesse potuto sfruttare la malattia di una star per fare soldi. Io non voglio addentrarmi in questa critica, anche perché non mi sembra il caso di gettare veleno proprio ora che l’attrice è morta. Ma senza dimenticare che quelle critiche non sono del tutto infondate. Diciamo che non voglio farlo in questo articolo.
Voglio partire dall’idea che il documentario Farrah’s Story sia in buona fede e che la sua unica intenzione sia stata quella di far parlare di una malattia, di dare una testimonianza forte e di porre sotto gli occhi di tutti una realtà a cui nessuno vorrebbe pensare. Un gesto nobile e animato dalle migliori intenzioni dunque.
Io però contesto l’utilità di tale operazione.
Cercherò di spiegare il motivo nel modo più breve e chiaro che mi è possibile: la star, il divo, il mito del cinema, della tv, della musica é un personaggio per definizione lontano dalla gente e dalla vita comune. La parola “mito” non è casuale. La sua realtà è lontana da quella dei fan che lo vedono come un leader, una guida, un eroe (nel senso tecnico del termine).
Secondo me mostrare un eroe alle prese con una malattia vuol dire allontanare quell’esperienza dalla vita comune.
Consideriamo invece il fatto che il cancro è una delle cause di morte più comune, che ha una diffusione enorme e che quasi ogni famiglia ha un malato più o meno grave di tumore. Le giornate nei reparti di oncologia sono intense e piene di lavoro. Le liste per chemioterapie e radioterapie sono lunghe. In un day hospital di oncologia ogni giorno decine di pazienti si sottopongono a queste cure.
Secondo me la vera operazione di sensibilizzazione si può fare solo mostrando come la gente comune affronta questa malattia. Entrare nei reparti e vedere che sono facce come le nostre che lottano ogni giorno con questa bestia.
Far capire alla gente che bisogna abbandonare l’idea che ci fa pensare “vuoi che capiti proprio a me?”.
Solo così si può aiutare la gente a capire che forse a un po’ di prevenzione, per quanto possa servire, è il caso di pensarci.
Questa presa di coscienza non avviene guardando un documentario che riguarda una star, perché il confine con la fiction è troppo sottile.
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