domenica 24 maggio 2009

Il metodo Stanislavskij. Via dai luoghi comuni.


Il metodo Stanislavskij è il primo importane sistema dedicato alla recitazione dell'attore. Si tratta della prima volta in cui si pensa all'educazione dell'attore al di là della messa in scena dello spettacolo. Prima di Stanislavskij l'attore imparava a recitare grazie all'osservazione e l'imitazione degli altri attori più esperti. Il suo apprendistato era frutto della reale esperienza sul palcoscenico. Stanislavskij ha voluto dare basi razionali all'apprendimento dell'arte della recitazione. In questo articolo tratterò i punti salienti del metodo Stanislavskij facendo attenzione a sottolineare e sfatare i luoghi comuni e i pregiudizi che si sono creati intorno a questo metodo.

Stanislavskij iniziò a mettere a punto il suo famoso metodo in un periodo difficile della sua carriera artistica: nel 1904 era morto Cechov, il teatro d’Arte era all’apice del suo successo proprio grazie alle opere del celebre scrittore e drammaturgo. Stanislavskij sente il forte bisogno di trovare nuove forme espressive e offre a Mejerchol’d la direzione di un teatro-studio. Siamo nel 1905 e questo progetto non soddisfa affatto Stanislavskij, si tratta di un’ennesima delusione. Stanislavskij sconfessa il suo precedente ruolo di regista-despota alla Chronegk e si concentra sull’attore in quanto coefficiente teatrale di maggior rilievo. Inizia a riflettere su come l’attore possa portare ad alti livelli il meccanismo di creazione. Costruisce cosi il suo famoso metodo.
Alla base del metodo Stanislavskij c’è il concetto di creazione organica (leggi questo articolo). La creazione organica è possibile solo se l’attore si trova in uno stato d’animo creativo grazie al quale può immedesimarsi nel personaggio con facilità. Va aggiunto che l’attore deve raggiungere questo stato di grazia ogni sera, a comando.
Per Stanislavskij raggiungere lo stato creativo è un avvenimento molto raro e la maggior parte degli attori ricorre all’uso di cliché, cioè di atteggiamenti stereotipati che generano una recitazione esteriore, artificiosa. Ciò non porta a creazioni vive, credibili e efficaci ma a situazioni in cui l’attore sembra il personaggio, dove invece dovrebbe esserlo.
Il lavoro dell’attore su se stesso.
Nel metodo Stanislavskij il lavoro inizia con l’allenamento dell’ io dell’attore. Si tratta di conoscere a fondo se stessi e arricchire le proprie potenzialità e la proprio creatività. In questo principio del metodo Stanislavskij l’attore deve educare se stesso e la propria coscienza. Nel lavoro su sé stesso l’attore deve poter intervenire razionalmente sui meccanismi interiori (emotivi e psicologici) che stanno alla base dell’immedesimazione, attraverso esercizi di rilassamento, concentrazione, comunicazione, ingenuità e immaginazione.
Gli esercizi di rilassamento servono ad eliminare la tensione muscolare e le resistenze del corpo che impediscono il lavoro dell’attore.
Gli esercizi di concentrazione impediscono che fattori esterni, come per esempio la presenza del pubblico, distolgano l’attenzione dell’attore.
La comunicazione serve ad imparare a rivolgersi realmente e con efficacia agli altri attori e non al pubblico. Si tratta di ascoltare davvero ciò che dice l’altro attore e non pensare solo alla battuta che si deve dire dopo. Sono molto comuni errori come questo: se per esempio un attore deve dire “passami il bicchiere verde” e durante lo spettacolo sbaglia e dice “passami il bicchiere rosso”, l’altro attore se non sta attento gli passerà comunque il bicchiere verde perché alle prove ha sempre fatto così. Succedono spesso cose del genere.
L’ingenuità e l’immaginazione sono le doti dei bambini che l’uomo adulto ha perso e che sono determinanti per conferire verità e per arricchire la propria creazione.
Via dai luoghi comuni.
Per Stanislavskij il concetto di verità è essenziale. L’attore non deve recitare bene o male, ma vero. La sua verità è interiore, vissuta e sofferta. Per questo non si può partire né dalla finzione né dall’imitazione. L’attore non deve sembrare o fingere, ma essere il personaggio, deve cioè viverlo.
Bisogna stare attenti però! Non si tratta di ricopiare la vita reale; non è un eccesso di naturalismo come potrebbe sembrare e come viene alimentato dai luoghi comuni sul metodo Stanislavskij. Lo scopo è sempre quello di una creazione organica, efficace, credibile e più vera della realtà. La situazione dell’attore è difficile: deve essere vero, mentre tutto è falso intorno a lui (scene, costumi, trucco, luci, pubblico). Nonostante tutto deve creare la sua verità e crederci fino in fondo.
Circostanze date e magico se.
Il metodo Stanislavskij fornisce all’attore due strumenti fondamentali per creare questa verità: le circostanze date e il magico se.
Le circostanze date sono l’insieme dei fatti e delle situazioni che si possono ricostruire a partire dal testo e riguardano l’epoca, l’ambientazione, il passato e il futuro del personaggio. Si tratta cioè di ricostruite nei minimi dettagli la vita del personaggio, anche ciò che non viene detto nel testo.
Una volta ricostruito questo sottotesto l’attore ricorre al magico se: L’attore deve mettere se stesso nei panni del personaggio e farsi la domanda “Se io mi trovassi nelle sue condizioni, come mi comporterei?”. Partire da se stessi è anche un’accettazione di certi limiti: nessuno può fare di più di ciò che è, quindi è sbagliato partire da ciò che non si è. Ma attenzione ancora! Il proprio io non è un punto di arrivo ma un punto di partenza. Non si tratta di riversare se stessi nel personaggio. È solo l’inizio di un lungo percorso che serve alla creazione di un altro se stesso.
Queste operazioni sono poi costantemente arricchite dall’immaginazione dell’attore che aggiunge particolari e dettagli al sottotesto che si viene man mano creando.
Il personaggio comincia così a prendere vita.
La memoria emotiva.
Per imprimere vita al personaggio l’attore deve sempre partire da se stesso, per non recitare dall’esterno la parte e ricorre quindi alla memoria emotiva, che è l’aspetto fondamentale del metodo Stanislavskij.
Per esprimere emozioni che appartengono ad un’altra persona (il personaggio) l’attore deve trovare dei punti di contatto tra la sua vita e quella del personaggio. Deve cioè andare a ritroso e ricercare quei momenti della sua vita che hanno provocato sentimenti analoghi a quelli del personaggio. La vita reale dell’attore viene innestata in quella fantastica del personaggio che assumerà quindi l’apparenza di una vita vissuta. Naturalmente l’esperienza non può essere la stessa, l’importante è che si ponga in un rapporto di analogia tale da provocare simili emozioni. Il personaggio sarà così dotato di esperienze realmente vissute.
Questo è un passaggio fondamentale che scardina totalmente tutti i pregiudizi e i luoghi comuni a proposito del metodo Stanislavskij. Questo processo è molto lontano dall’immedesimazione che prevede la scomparsa dell’attore in virtù del personaggio. Qui si tratta di un innesto, di una sintesi, di un parto. O meglio ancora di una simbiosi vivente tra vita dell’attore e vita del personaggio. Non scompare né l’uno né l’altro. Entrambi partecipano alla creazione di una terza vita.

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15 commenti:

  1. Da notare l'influenza della psicanalisi nel suo pensiero, come in altri generi artistici, dalle avanguardie in poi.

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  2. in particolare importante però: a differenza di Freud il subcosciente per Stanislavskij è tabù. Secondo lui investigarne i contenuti è impensabile. Ha tenuto più volte a dichiarare: "Il subcosciente non è affar mio"

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    1. leggi, Stanislavskij in focus di di Sharon Marie Carnicke e Stanislavsky and yoga di Sergei Tcherkasski, entrambi hanno sollevato riflessioni importatissime sulle influenze dalla cultura degli Yogi nel Sistema, che Stanislavskij ha dovuto censurare nel suo tempo. L'influenza più importante del sistema è quella delle letture di Raja Yoga e Hata Yoga di Yogi Ramacharaka (William Walker Atkinson) da parte del maestro.

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  3. ottima analisi.

    l'attore giammai deve recitare!!

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  4. Il metodo Stanislavskij è fondamentale (lo è per me moltissimo) per chi svolge la metodologia del Teatro dell'Oppresso, del mai dimenticato Augusto Boal.

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  5. fabrizio nardone25 gennaio 2010 00:05

    l'importante per un attore e' far dimenticare al pubblico che sta recitando.

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  6. credo sia più corretto parlare di "magico se" (the magic If), anziché di "magico sé" che ha poco senso

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    1. per fare bene quest mestiere,ls prima regola e:passare tanta fame !!!!!! minouche da Roma

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  7. corretta l'imperdonabile svista...

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  8. minkia, che pakko ! Per fortuna faccio l'operaio metalmeccanico e non l'attore.

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    1. Si, per fortuna!

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    2. se fosse una tua passione non diresti così, del resto se tu fossi attore di professione impiegheresti il tempo che usi per lavorare in fabbrica a fingere, di essere qualcun altro e probabilmente saresti anche pagato di più, vedi un po te chi è più fortunato

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  9. ho fatto questo mestiere in Francia-Italia,in teatro. A Parigi anni 60 ho fatto i corsi della grande TANIA BALACHOVA, una russa di Parigi.gli allievi del corso erano:LAURENT TERZIEFF,MICHEL LONSDALE,BERNARD FRESSON, BULLE OGIER,MILENA VUKOTIC ,FRANCOISE DORLEAC,sorella di CATHERINE DENEVE,PIERRE CLEMENTI,e tanti altri, che non ricordo fra qui io. Mestiere meraviglioso e pericoloso..E' come scrivere sull'acqua... minouche di Roma

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  10. se volete vedere un film che onora appieno il suo metodo, vedetevi l'ombra del vampiro, in cui si raccontano i retroscena, con un po di fantasia, del film Nosferatu in cui l'interprete per calarsi meglio nella parte del vampiro, vive come lui anche al di fuori delle riprese

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  11. A me questo metodo piace, ma non ho mai capito perché i suoi due libri sono così prolissi. Non riesco a leggerli. A me sembrano concetti semplicissimi... da applicare subito ed esplorare con la pratica. Questo articolo è di una paginetta.

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